Il professor Matteo Bassetti, infettivologo italiano, direttore della Clinica Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova e professore ordinario all’Università di Genova, non usa mezze parole sull’hantavirus Andes. In un articolo pubblicato oggi su Capitalist.it, Bassetti scrive che questo virus “merita attenzione” e che lo preoccupa “davvero” per ragioni precise e misurabili: la capacità di trasmettersi da persona a persona, un tasso di mortalità che può raggiungere il 50% e l’assenza di vaccini o terapie specifiche.

“Può trasmettersi da uomo a uomo”: la differenza che conta

Bassetti individua nel contagio interumano il tratto che distingue il ceppo Andes da tutti gli altri hantavirus. “La prima cosa che voglio chiarire è che questo virus merita attenzione soprattutto per una ragione precisa: può trasmettersi da uomo a uomo”, scrive l’infettivologo. “È una differenza enorme rispetto agli hantavirus europei, che normalmente non mostrano questo tipo di diffusione interumana”.

Il dato che Bassetti considera più rilevante sul piano epidemiologico è l’indice di riproducibilità: “Nel caso della variante andina abbiamo un indice di riproducibilità pari a circa 2. Questo significa che ogni persona infetta potrebbe contagiarne altre due. Dal punto di vista epidemiologico è un elemento che non può essere sottovalutato”.

Mortalità fino al 50%: “Percentuali che ci dicono quanto questo virus sia aggressivo”

Sul secondo fronte di preoccupazione, la letalità, Bassetti è diretto: “Parliamo di un’infezione che può arrivare a una mortalità del 40-50%. Percentuali molto elevate che ci raccontano quanto questo virus possa essere aggressivo, soprattutto se non identificato rapidamente”.

Il problema non è la nave: sono i 29 passeggeri già a terra

Bassetti sposta il focus dalla cronaca della nave al rischio concreto del momento: “Oggi il tema non è soltanto quello che sta accadendo sulla nave arrivata nel porto di Tenerife. Il vero punto riguarda le persone che sono già sbarcate”.

L’infettivologo indica il numero preciso: 29 soggetti che potrebbero aver avuto contatti con casi presenti a bordo e che, in questo momento, potrebbero trovarsi nella fase di incubazione. “Pertanto”, scrive Bassetti, “alcune persone potrebbero sviluppare l’infezione nei prossimi giorni dopo essere già entrate in contatto con altre persone”.

“Ogni ora può fare la differenza”: la priorità è il tracciamento

La velocità, secondo Bassetti, è l’unica leva disponibile in questa fase: “Le autorità sanitarie stanno lavorando sul tracciamento dei contatti proprio per limitare al massimo la diffusione del virus. È l’unico modo per contenere rapidamente eventuali catene di contagio. Quando ci troviamo davanti a un virus con questa capacità di trasmissione e con una mortalità così elevata, ogni ora può fare la differenza”.

Nessun vaccino, nessuna cura: solo supporto e prevenzione

Bassetti è esplicito anche sull’assenza di strumenti terapeutici: “Al momento non abbiamo vaccini specifici e non esistono terapie mirate. Le cure disponibili sono esclusivamente di supporto. Quindi, tutta la strategia sanitaria si basa soprattutto su prevenzione, identificazione precoce dei casi e contenimento della diffusione”.

“Collaborare rapidamente a livello globale”: la lezione del Covid

L’infettivologo chiude il suo contributo sulla sua rubrica su Capitalist.it con un richiamo diretto all’esperienza pandemica: “Credo che da esperienze recenti abbiamo imparato quanto sia importante collaborare rapidamente a livello globale quando emerge un focolaio epidemico. Per questo penso che oggi sia necessario lavorare tutti nella stessa direzione: condividere dati, monitorare i contatti, coordinare le autorità sanitarie internazionali e limitare la diffusione del virus il più possibile. L’obiettivo deve essere evitare che un focolaio circoscritto possa trasformarsi in qualcosa di più difficile da controllare”.