Estratto del discorso tenuto presso il Parlamento europeo l’8 maggio 2026 sul tema delle strategie di lotta al crimine organizzato nell’Unione europea.
Onorevoli deputati, illustri partecipanti, amici presenti,
… è per me un grande onore essere oggi in questa sede, cuore della democrazia europea, per ricordare Giovanni Falcone. Sento in questo momento il dovere morale di non fare una fredda cronaca dei fatti, che la storia ha già scolpito nel marmo, ma voglio iniziare da un legame personale che ha cambiato il corso della mia vita. Nelle mie mani e nel mio cuore, porto ancora il privilegio e la luce di una lettera che Giovanni Falcone mi scrisse tre mesi prima di morire in quel maledetto 23 maggio 1992. In quelle righe non c’erano solo le parole di un magistrato a un giovane studioso. Dopo averle lette, ho sentito una forte spinta a diventare testimone di legalità.
Quelle parole, tuttavia, non erano dirette solo a me ma a tutti i giovani. Mi scrisse della necessità di non fermarsi alla superficie, di studiare il fenomeno mafioso non come un’emergenza momentanea, ma come un sistema complesso che si nutre di silenzi, di complicità e, soprattutto, di confini valicabili. Giovanni Falcone fu tra i primi magistrati a comprendere che la criminalità organizzata non era un problema siciliano, né solo italiano. Era un cancro capace di metastatizzare ovunque ci fosse profitto. La sua intuizione più grande fu la cooperazione internazionale. Egli sapeva che seguire i flussi finanziari richiedeva una rete legislativa comune. Fu isolato e ciò facilitò la sua morte. Oggi, parlando al Parlamento europeo, quella lettera deve risuonare come un monito. Falcone vedeva l’Europa come lo spazio naturale in cui costruire una difesa comune dal crimine organizzato. Se la mafia si globalizzava, la giustizia non poteva restare chiusa nei codici nazionali. Il “metodo Falcone” — follow the money — è diventato uno standard globale. Lui ci ha insegnato che la tecnica non basta senza l’etica.
Nella lettera che ricevetti, traspariva la sua incrollabile fiducia nelle istituzioni, nonostante le amarezze e i tradimenti che dovette subire proprio dal loro interno. Egli ci ha lasciato tre pilastri su cui costruire l’Europa di domani. Armonizzazione legislativa: perché non esistessero “paradisi legali” per le mafie all’interno dell’Unione europea. Educazione alla legalità: affinché la lotta alla mafia non diventasse solo una repressione, ma un movimento culturale che coinvolgesse le nuove generazioni. Coraggio civile: per avere quella consapevolezza che la libertà ha un costo che va pagato ogni giorno con la coerenza e il senso del dovere delle nostre scelte. Ricordare Giovanni Falcone oggi non significa solo rendere omaggio a un eroe caduto a Capaci. Significa onorare l’impegno che lui stesso m’indicò in quella lettera: fare semplicemente il proprio dovere. Portiamo il suo esempio nelle leggi che voterete, nelle politiche di coesione che traccerete, nelle speranze che darete ai cittadini europei.
Giovanni Falcone non è morto quel 23 maggio, finché le sue idee cammineranno sulle nostre gambe e le sue parole — quelle scritte a me e quelle pronunciate al mondo — continueranno a guidare la nostra azione politica, civile e umana. Grazie ancora del vostro invito e spero tanto che da queste poche parole possa germogliare lo stimolo per una maggiore efficacia dell’Unione europea nella lotta alle nuove mafie che oggi sono molto più forti rispetto al passato.
(Prof. Vincenzo Musacchio)

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