Il conto alla rovescia è quasi finito. Entro il 3 giugno chiunque volesse acquistare tra il 51 e il 66 per cento della SAC la Società Aeroporto Catania che gestisce gli scali di Fontanarossa e Comiso avrebbe dovuto presentare la propria manifestazione d’interesse. Ma a dieci giorni dalla scadenza, la procedura che il ministro Adolfo Urso ha celebrato come “il treno della storia” mostra crepe che nessun trionfalistico comunicato riesce a nascondere. Lo ha reso evidente l’audizione di ieri in Commissione Trasporti all’Assemblea Regionale Siciliana, da cui è uscito con un’interrogazione parlamentare Santo Primavera, deputato regionale del gruppo MPA-Grande Sicilia: un documento che fotografa, nero su bianco, le contraddizioni di una privatizzazione che sta correndo più veloce della trasparenza.
Il Cda esiste, ma decide Torrisi
La prima anomalia è procedurale, e per questo la più imbarazzante. L’avviso di manifestazione di interesse pubblicato il 4 maggio affida il mandato sull’intera procedura al Consiglio di Amministrazione della SAC. Ma in commissione, secondo quanto riferito da Primavera, è emerso che i poteri sono di fatto concentrati nelle mani dell’amministratore delegato Nico Torrisi. Una delega totale che, nell’interpretazione dell’autonomista, crea una contraddizione insanabile tra il documento formale e la gestione reale: chi comanda davvero, il CdA o il suo AD? E se è Torrisi a guidare la trattativa, su mandato di chi?
La questione non è formale. Primavera solleva il rischio che i soci della SAC stiano vendendo quote strategiche senza nemmeno una valutazione interna del loro valore, affidandosi interamente al mercato senza porre soglie minime di prezzo. “Il rischio è che i pochi offerenti finali possano fare cartello al ribasso”, avverte il deputato. E se l’offerta venisse respinta, sulla base di quali criteri oggettivi?
Chi sono i soci della SAC
Per capire la posta in gioco vale la pena ricordare chi siede al tavolo. L’azionista di gran lunga più rilevante è la Camera di Commercio del Sud Est Sicilia, con il 60,64 per cento del capitale: un ente che aggrega le province di Catania, Siracusa e Ragusa. Il secondo socio pubblico è il Libero Consorzio Comunale di Siracusa, con il 12,13 per cento. Tra gli altri azionisti figurano la Città Metropolitana di Catania, la Regione Siciliana e una quota di soci privati minori. Una compagine in cui il pubblico è ancora maggioritario ma non per molto.
Il commissario che vende casa altrui
Qui si innesta il nodo più esplosivo, sollevato sia da Primavera che dai deputati regionali M5S Jose Marano, Stefania Campo e Carlo Gilistro. La Camera di Commercio del Sud Est Sicilia, azionista principale con quasi il 61 per cento, è commissariata da tre anni. Non ha organi eletti. Non rappresenta le categorie produttive di Catania, Siracusa e Ragusa: le rappresenta un commissario di nomina governativa, figura temporanea per definizione costituzionale, che sta assumendo decisioni strategiche con effetti che si misureranno fino al 2049. I pentastellati lo chiamano “paradosso istituzionale”: un commissario che vende una società strategica sottraendo la scelta alla rappresentanza democratica. Il governo regionale aveva annunciato a novembre la ricostituzione degli organi camerali. Non se ne è fatto nulla.
Le ombre sulla vendita: Nicita e il rischio monopolio
Le criticità procedurali si intrecciano con rischi strutturali già denunciati nelle settimane scorse dal senatore del PD Antonio Nicita, che ha avviato tre iniziative parlamentari simultanee: un’interrogazione al Governo, una richiesta di audizioni nella Commissione bicamerale sull’insularità, e una segnalazione all’Antitrust. La posizione di Nicita non è ideologica: il punto, spiega, è la sequenza. Prima si costruisce il quadro regolatorio, poi si apre al mercato. La Sicilia non ha alternative modali reali: niente alta velocità, niente corridoi marittimi competitivi. Chi controlla Fontanarossa controlla la porta d’ingresso sull’isola. Cedere quel monopolio naturale senza vincoli su tariffe, qualità del servizio e orientamento degli investimenti significa consegnarlo a chi risponderà, prima di ogni altra cosa, ai propri azionisti.
Il rischio concreto, avverte Nicita, è il trasferimento di una rendita monopolistica a soggetti privati o esteri senza garanzie vincolanti per i territori. Non è fantapolitica: è la conseguenza logica di una procedura avviata senza perizia indipendente sull’asset e senza un tetto minimo al prezzo di cessione.
Il pericolo spagnolo: i profitti siciliani a Madrid
Tra i soggetti interessati all’acquisto figurerebbero, secondo quanto emerso finora, ADQ — il fondo sovrano dell’Emirato di Abu Dhabi — e Aena, la società pubblica spagnola che gestisce 56 aeroporti con oltre 321 milioni di passeggeri annui, controllata al 51 per cento dallo Stato attraverso ENAIRE. Il paradosso, in quest’ultimo caso, è tutto in una riga: mentre l’Italia dismette la propria infrastruttura aeroportuale strategica, la Spagna potrebbe acquistarla e gestirla con logiche di rete pubblica. I profitti generati dai passeggeri siciliani andrebbero a finanziare il sistema aeroportuale spagnolo — inclusi i sussidi incrociati con cui Madrid mantiene vivi gli scali delle Canarie e delle Baleari. È il prezzo di una scelta compiuta nel tempo: l’Italia non ha mai costruito una rete pubblica unificata sul modello di Aena, e ora si trova a vendere i propri asset migliori a chi quella scelta l’ha fatta.
Siracusa fuori dalla stanza: la partita locale
Sul fronte siracusano, la vicenda ha prodotto un’alleanza politica inedita che attraversa gli schieramenti. Il sindaco di Priolo Gargallo Giuseppe Gianni, l’ex assessore regionale Enzo Vinciullo, coordinatore provinciale del MPA, e il senatore dem Nicita si trovano sullo stesso fronte: quello di una provincia azionista con il 12,13 per cento del capitale SAC, più la quota incorporata nella Camera di Commercio del Sud Est, che nel novembre 2025 non ha ottenuto un solo seggio nel nuovo Consiglio di Amministrazione. Zero rappresentanza nel momento più delicato della storia della società.
La partita più larga: le fibrillazioni nel centrodestra
La privatizzazione della SAC si inserisce in un quadro politico regionale già percorso da tensioni. La coalizione di centrodestra che sorregge il governo Schifani ha mostrato più di una crepa nelle settimane successive alle elezioni amministrative, con gli equilibri tra i partiti della maggioranza sotto pressione. Ieri il presidente Schifani ha escluso elezioni anticipate, ma l’aria che si respira a Palazzo d’Orleans non è quella della serenità. L’interrogazione di Primavera — che viene dall’area MPA, partito della coalizione — e la posizione di Vinciullo sulla SAC sono segnali che dentro il centrodestra siciliano la coesione sui grandi dossier infrastrutturali non è garantita. L’aeroporto di Catania, asset da miliardi con concessione fino al 2049, è diventato anche un campo di misurazione degli equilibri interni al governo regionale. Schifani è chiamato a rispondere: al Parlamento regionale, ai soci, ai territori. E il 3 giugno si avvicina.






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