La privatizzazione della Società Aeroporto Catania finisce sotto il fuoco incrociato del Parlamento. Il senatore Antonio Nicita, esponente del Partito Democratico eletto in Sicilia, annuncia tre iniziative istituzionali a raffica — un’interrogazione al Governo, una richiesta di audizioni nella Commissione bicamerale sull’insularità e una segnalazione all’Antitrust — per mettere un freno a quello che definisce un processo avvolto da «incertezza e opacità». Una procedura che si innesta su una ferita politica già aperta: quella di Siracusa, provincia azionista esclusa dalla governance della società che ora deve decidere il proprio futuro.
Il metodo prima del mercato
La posizione di Nicita non è quella di chi si oppone alla privatizzazione in linea di principio. Il senatore dem lo chiarisce in chiusura: «Non è una battaglia ideologica contro il privato». È piuttosto una questione di metodo e di sequenza. Prima si costruisce il recinto regolatorio, poi si apre il cancello agli investitori. Così non è stato. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha già dato il via libera allo schema per la selezione del nuovo socio di maggioranza — con la concessione che corre fino al 2049 — senza che siano stati definiti i vincoli essenziali: un quadro regolatorio chiaro, una perizia indipendente sull’asset, garanzie vincolanti per i territori serviti.
Il rischio, nell’analisi di Nicita, è quello di «trasferire una rendita monopolistica senza chiari vincoli a favore di cittadini e imprese», con possibili effetti a cascata su tariffe, qualità dei servizi e orientamento degli investimenti. Un rischio aggravato dalla condizione geografica della Sicilia: in assenza di alternative modali reali, il sistema aeroportuale della Sicilia orientale costituisce un mercato «captive», dove i passeggeri non hanno alternative al volo. Cederne il controllo senza regole stringenti equivale a consegnare un monopolio naturale nelle mani di chi risponderà, prima di tutto, ai propri azionisti.
Il nodo del Golden Power e la questione concorrenziale
Tra i profili che Nicita porta all’attenzione del Governo ce n’è uno di particolare rilevanza strategica. Nel novero dei pretendenti figurano fondi sovrani esteri — ADQ, il braccio finanziario dell’emirato di Abu Dhabi, è il nome che circola con maggiore insistenza — e grandi operatori già attivi nel settore aeroportuale. In entrambi i casi, secondo il senatore, si pongono questioni che vanno oltre la logica del mercato: «L’eventuale presenza di soggetti già attivi nel settore aeroportuale o collegati a vettori aerei impone una valutazione rigorosa sia sotto il profilo concorrenziale sia sotto quello dei poteri speciali dello Stato». È per questo che la segnalazione all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato assume un peso specifico: non come ostacolo alla vendita, ma come richiesta di un esame preventivo che garantisca che l’operazione non distorca il mercato del trasporto aereo nell’isola.
La legittimità in dubbio: chi decide quando chi dovrebbe decidere è commissariato
C’è poi un tema istituzionale che Nicita solleva con particolare nettezza. La Camera di Commercio del Sud-Est Sicilia, principale azionista della SAC, si trova attualmente in stato di commissariamento. Le decisioni strategiche — compresa quella che ha portato alla composizione del nuovo Consiglio di Amministrazione nel novembre scorso — vengono dunque assunte da una governance di nomina governativa, in assenza di una rappresentanza elettiva degli interessi economici territoriali. «Questo potrebbe porre un tema serio di legittimazione nelle scelte strategiche», avverte Nicita. È una questione che, nel diritto pubblico come nella pratica politica, non è di poco conto: vendere un’infrastruttura strategica con concessione trentennale mentre l’azionista principale è commissariato significa che a firmare il contratto sarà, in sostanza, una mano governativa, non una rappresentanza locale.
L’asse siracusano che attraversa gli schieramenti
La voce di Nicita si aggiunge a un fronte critico che, sulla vicenda SAC, ha già prodotto un’anomalia politica di rilievo: un’alleanza trasversale che unisce centrosinistra e centrodestra nel nome degli interessi di Siracusa. Contro le modalità della privatizzazione si erano già schierati il sindaco di Priolo Gargallo Giuseppe Gianni, l’ex assessore regionale Vincenzo Vinciullo e il presidente del Libero Consorzio di Siracusa Michelangelo Giansiracusa, voci provenienti dall’area di centrodestra che si ritrovano sul medesimo fronte del senatore dem. Un asse inedito, costruito non su affinità ideologiche ma su una comune percezione di marginalizzazione territoriale.
Il nodo è quello del Consiglio di Amministrazione nominato a novembre. Quattro seggi, nessuno per Siracusa. Eppure il Libero Consorzio Comunale — erede della vecchia Provincia — detiene il 12,13% del capitale SAC. Una quota che, in base agli articoli 8 e 11 dello statuto societario, svolge anche una funzione di garanzia sulla soglia minima di capitale pubblico fissata al 20%. Azionista rilevante, dunque, ma assente dalla stanza dove si prenderanno le decisioni nei mesi cruciali che precedono la cessione.
Una provincia che cresce e teme di non contare
L’assenza dal CdA non è una questione di forma. È, nella lettura dei rappresentanti siracusani, una scelta politica con effetti che si misureranno nei prossimi venticinque anni. La provincia di Siracusa ha registrato la crescita del PIL più alta d’Italia — +44,7% — e ospita un polo industriale e petrolchimico di rango nazionale oltre a uno dei distretti turistici più dinamici dell’isola. Un territorio che non può permettersi di restare fuori dalle trattative su rotte, investimenti e piani di sviluppo aeroportuale nel momento in cui si decide chi gestirà lo scalo di Catania fino al 2049.
Nicita, con le sue tre iniziative parlamentari, trasforma questa preoccupazione locale in una questione nazionale. Chiede al Governo di chiarire se intenda sospendere la procedura fino alla definizione di un quadro regolatorio completo. Chiede al Parlamento di aprire un’istruttoria prima che il bando venga pubblicato. Chiede all’Antitrust di valutare i profili concorrenziali in anticipo, non a operazione conclusa. Tre mosse che, nel linguaggio della politica istituzionale, equivalgono a un segnale inequivocabile: la vendita della SAC, così com’è impostata, non passerà senza resistenze.
Spada: “Chiarire le procedure”
“La privatizzazione di SAC impone ai soggetti coinvolti di chiarire le procedure nell’interesse degli utenti e del territorio, considerata l’importanza strategica della struttura”. Lo dichiara in una nota il parlamentare regionale del Partito Democratico, Tiziano Spada, intervenendo sull’iter avviato dal Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti riguardante la società che gestisce gli scali di Catania e Comiso.
Secondo l’esponente dem, l’operazione presenterebbe ancora profili di ambiguità: “Privatizzare significa rendere la struttura sotto il controllo di pochi, con le relative storture che rischiano di penalizzare l’indotto occupazionale, anche per i lavoratori provenienti dalla provincia di Siracusa”. Spada invoca dunque “regole e confini chiari” entro i quali far muovere l’operazione, richiamando alle proprie responsabilità il ministero competente: “In rappresentanza della parte pubblica, il MIT ha l’obbligo di esprimersi sulla procedura, sottolineando in che modo questa inciderebbe sul territorio”.
Il parlamentare annuncia inoltre l’intenzione di portare il dibattito nelle sedi istituzionali della Regione Siciliana: “Chiederemo un’audizione alla IV Commissione regionale Ambiente, Territorio e Mobilità. Saremo sempre dalla parte dei cittadini e dei lavoratori – conclude Spada – e continueremo a vigilare affinché si porti avanti un percorso di trasparenza”






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