Una vicenda che forse neanche Luigi Pirandello sarebbe riuscito ad immaginare così. Una vicenda talmente ingarbugliata che comunque vada a finire, sarà sempre una sconfitta per tutti.
Le legge regionale vieta ad un sindaco che ha guidato la sua comunità già per due mandati, quindi per dieci anni, di restare in carica per un terzo mandato anche se eletto. Ma lui se ne infischia. Si è ricandidato ed è stato eletto per un terzo mandato portando con se ben dodici consiglieri comunali e ora governa la città di Serradifalco, paese della provincia di Caltanissetta da poco meno di 5500 abitanti.
La storia di Leonardo Burgio
Protagonista di questa vicenda è Leonardo Burgio, sindaco leghista al suo terzo mandato. La legge prevede la possibilità di un terzo mandato solo nei comuni al di sotto dei 5000 abitanti. Serradifalco supera quella soglia per qualche centinaio e dunque Burgio non può restare. Ma la legge regionale è diversa da quella nazionale. Nel Paese il terzo mandato è stato esteso ai sindaci dei comuni fino a 15.000 abitanti. Una sentenza della Corte Costituzionale, poi, ha bocciato la legge regionale della Valle d’Aosta che voleva mantenere il limite a 5.000. Forte di questa sentenza, che però non riguarda la Sicilia, Burgio si è candidato lo stesso, è stato eletto (era l’unico candidato) ed è stato anche proclamato e adesso si è insediato ed è in carica in palese e aperta violazione della legge regionale che lo vieta.
Il discrimine e la mossa della Regione
Nelle settimane scorse tutta la vicenda ha creato una fortissima polemica. Tutte le forze politiche, di destra, di centro e di sinistra, ad eccezione del suo partito, la Lega, lo hanno invitato a dimettersi sottolineando come il messaggio che passa è che la legge si può ignorare. E se a farlo è un sindaco la cosa è ancora più grave. Questo perché per due volte il parlamento regionale ha detto no al recepimento della normativa nazionale lasciando in vigore il divieto, e lo ha fatto anche dopo la sentenza della Consulta sulla Valle d’Aosta nella quale la Consulta sostiene che non possono essere limitati i diritti all’elettorato passivo dunque all’eleggibilità) in modo difforme nel Paese.
Sulla base di questo pronunciamento della Consulta, però, Burgio ha deciso di sfidare la norma regionale ritenendosi legittimato a farsi eleggere e a governare nonostante l’Ars abbia deciso che la sentenza per la Valle d’Aosta non si applicasse in Sicilia in virtù dello statuto autonomistico Speciale (contro il parere del centro studi della stessa Ars).
La legge resta in vigore
Di fatto, però, la legge regionale è in vigore e dunque Burgio non potrebbe fare il sindaco ma per dichiararlo decaduto (una volta che è stato proclamato per effetto del vulnus normativo) dovrebbe essere il Consiglio comunale a varare l’atto di decadenza. Cosa che a Serradifalco non accadrà mai visto che i consiglieri comunali sono con Burgio e lo blindano.
I limitati poteri regionali
La norma regionale, però, come in una ‘piece’ pirandelliana, non prevede il potere della Regione di sanzionare o commissariare il comune in un simile caso che resta unico nel suo genere. Per questo l’Assessorato alle Autonomie locali si è inventato un appiglio giuridico ed ha notificato, alla fine della scorsa settimana, un invito alle dimissioni minacciando la rimozione “per persistente violazione di legge”. Una circostanza prevista in altra legge che viene applicata a questo caso.
Entro la fine della prossima settimana Burgio deve dimettersi o presentare una memoria difensiva altrimenti sarà rimosso d’autorità.
Cosa farà il sindaco ribelle
Il sindaco ribelle ha certamente già pensato a questa eventualità e dunque quasi certamente resisterà. L’ipotesi più probabile è che aspetti il provvedimento di decadenza e di commissariamento e lo impugni davanti al Tar con l’altissima probabilità che il Tar trasmetta la questione del conflitto normativo fra legge nazionale e legge regionale alla Corte Costituzionale.
A pagare il prezzo di questo scontro sarà sempre e comunque Serradifalco che resterà in mano ad un Commissario fino a quando non arriverà un pronunciamento definitivo per il quale potrebbero volerci degli anni.
I limiti e i rischi fuori da Serradifalco
A prescindere dal piccolo comune questa vicenda ha limiti e rischi ben più ampi. Intanto c’è un chiaro vulnus normativo, un vuoto che permette che una cosa del genere avvenga con le commissioni elettorali che si trovano a dover decidere quali leggi applicare e quali no. Poi c’è il grande tema dell’Autonomia. La Regione siciliana ha competenza esclusiva in questa materia, ma se la Consulta la pone sul tema dell’eguaglianza dei diritti fra gli italiani, potrebbe pronunciarsi nello stesso modo in cui si è pronunciata per la Valle D’Aosta (anche se lì la vicenda era diversa visto che si interveniva anche retroattivamente e si voleva portare i mandati a quattro) in termini di principio, dunque stabilendo che non si possano comprimere i diritti all’elettorato passivo del sindaco. Ma questo minerebbe alla base un altro pezzo dello Statuto. O almeno darebbe il via libera a qualcuno che abbia intenzione di usare, magari, questa vicenda come grimaldello per scardinare un altro pezzo dello Statuto, un altro principio autonomista.






Commenta con Facebook