Domani, sabato 22 agosto 2026, ricorre il ventesimo anniversario dell’uccisione di Giuseppe D’Angelo, vittima innocente di mafia. Libera Palermo ha organizzato una commemorazione a Tommaso Natale. È la borgata palermitana dove il pensionato fu assassinato il 22 agosto 2006. L’appuntamento è alle 19 nella parrocchia di San Giovanni Battista, in piazza Tommaso Natale 9, con la messa in suffragio. Subito dopo ci si sposta in piazza Giuseppe D’Angelo, già piazzetta del Casello, per la deposizione di una corona di fiori.
Il programma della commemorazione
Libera Palermo sarà accanto alla famiglia e alla comunità della borgata. Lo ha annunciato con una nota. È il ventesimo anno di fila in cui l’associazione torna in quella piazza.
La messa nella parrocchia di San Giovanni Battista apre la giornata alle 19. La deposizione della corona arriva subito dopo. Si svolge nella piazza intitolata alla vittima nel 2017. Sono poche centinaia di metri tra i due luoghi.
Chi era Giuseppe D’Angelo
Giuseppe D’Angelo aveva 63 anni. Era un pensionato ed ex titolare di un bar della borgata. Nel quartiere lo conoscevano tutti e lo chiamavano Pino.
Era incensurato e del tutto estraneo a Cosa nostra. A Tommaso Natale ci aveva vissuto sempre.
La mattina del 22 agosto 2006 era seduto davanti al negozio di frutta e verdura di un amico. Passava lì le sue giornate. E lì lo raggiunsero i colpi di pistola. Era una giornata di caldo intenso e la borgata si era svuotata verso le spiagge.
Il nome sbagliato: Lino e Pino
L’omicidio nacque da uno scambio di persona. Il vero obiettivo del commando era un altro uomo. Si trattava di Bartolomeo Spatola, detto Lino, capomafia di Tommaso Natale. D’Angelo gli somigliava in modo impressionante.
Il killer si avvicinò e gridò “Lino” per attirare l’attenzione dell’uomo. D’Angelo si voltò. Aveva creduto che stessero chiamando lui, Pino. Quel movimento del capo bastò ai sicari per avere la conferma che cercavano.
Secondo la ricostruzione del collaboratore di giustizia Gaspare Pulizzi, chi sparò non aveva mai visto Spatola in faccia. I sopralluoghi erano stati fatti davanti al fruttivendolo. Era il posto dove, stando alle indicazioni ricevute, il boss si trovava sempre.
I testimoni reagirono lanciando frutta contro i killer. I sicari, disorientati da quella reazione, fuggirono in fretta.
Perché i Lo Piccolo volevano uccidere Spatola
La decisione di eliminare Spatola era stata presa dal mandamento mafioso di San Lorenzo, retto da Salvatore Lo Piccolo e dal figlio Sandro.
I due si erano convinti che Spatola li avesse traditi. Era un uomo d’onore della famiglia di Tommaso Natale. Lo ritenevano vicino ad Antonino Rotolo, reggente del mandamento di Pagliarelli e loro rivale.
Il contrasto tra le due fazioni riguardava il rientro dagli Stati Uniti degli scappati. Erano gli uomini che avevano perso la seconda guerra di mafia. Per avere salva la vita erano stati costretti a lasciare la Sicilia.
L’errore non fermò nulla. Meno di un mese dopo, il 18 settembre 2006, Spatola fu prelevato e strangolato. Accadde in una località tra Montelepre e Giardinello. Il corpo venne sepolto in un terreno di Villagrazia di Carini. Il boss aveva 72 anni ed era in cura con l’ossigeno per gravi patologie respiratorie.
Le condanne definitive per l’omicidio D’Angelo
Il processo per la morte di Giuseppe D’Angelo si è chiuso con condanne passate in giudicato.
Nell’ottobre 2013 la corte d’appello ha confermato tre ergastoli. Riguardano Salvatore Lo Piccolo, il figlio Sandro e Antonino Pipitone, indicati come mandanti del delitto. All’ergastolo è stato condannato anche il killer Gaspare Di Maggio, giudicato con rito abbreviato.
I collaboratori di giustizia Gaspare Pulizzi e Francesco Briguglio, che facevano parte del commando, hanno ricevuto dieci anni e sei mesi ciascuno. Le loro dichiarazioni hanno permesso di ricostruire movente e dinamica.
Le sorelle della vittima si erano costituite parte civile. Furono assistite dagli avvocati Salvatore Caradonna, Salvatore Forello e Valerio D’Antoni.
La piazza e la panchina
Il riconoscimento pubblico è arrivato undici anni dopo il delitto. Nel 2017 il Comune di Palermo ha intitolato a Giuseppe D’Angelo la piazzetta del Casello, il luogo dove fu ucciso.
Alla cerimonia parteciparono il sindaco Leoluca Orlando e il presidente della settima circoscrizione Pietro Gottuso. C’erano anche il responsabile dell’ufficio toponomastica Michelangelo Salamone, il coordinatore provinciale di Libera Giovanni Pagano e una sorella della vittima.
Nel 2019, dopo la pulizia dello spazio verde, nella piazza è stata collocata una panchina commemorativa.
L’impegno di Libera vent’anni dopo
Nella nota diffusa oggi Libera Palermo lega la memoria al presente. Continuare a essere presenti, scrive l’associazione, significa mantenere l’attenzione su un territorio che resta complesso. Il riferimento è a recenti fatti di cronaca.
L’obiettivo è lavorare insieme alla comunità. Le parole usate nella nota sono partecipazione, diritti e giustizia sociale. A queste si aggiunge il rinnovo dell’impegno per la verità e la giustizia.
Un errore di persona, scrive ancora Libera, racconta ancora una volta la violenza mafiosa, capace di colpire e travolgere la vita di persone innocenti.






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