Volkswagen ha annunciato il taglio di altre cinquantamila posizioni. Sommate a quelle già decise a marzo, portano il totale a centomila posti di lavoro in meno entro il 2030.

Si tratta del più grande taglio occupazionale mai registrato nell’industria automobilistica mondiale.

La Borsa ha applaudito

C’è un dato che sembra non stare insieme al resto.

Venerdì mattina, poche ore dopo l’annuncio, il titolo Volkswagen saliva di quasi il sei per cento ed era il migliore dell’indice Stoxx 600.

La spiegazione sta nel modo in cui i mercati leggono questi documenti. Gli investitori non valutano il costo umano ma la capacità dell’azienda di ridurre le spese fisse, e da mesi chiedevano al gruppo un intervento di quella portata. L’annuncio ha tolto un’incertezza.

È la distanza fra due modi di guardare la stessa notizia. Per il mercato è un problema risolto, per centomila persone è un problema che comincia.

Che cosa ha approvato il consiglio

L’organismo che ha deciso è il consiglio di sorveglianza, l’organo in cui siedono sia i rappresentanti degli azionisti sia quelli dei lavoratori.

L’approvazione, arrivata giovedì, è stata unanime. Il piano si chiama Future Plan 2030 e comprende dodici iniziative.

Il gruppo lo definisce il programma di trasformazione più incisivo degli ottantanove anni della propria storia. Fra le misure ci sono il dimezzamento della gamma di modelli e una struttura di comando più snella.

“Il consiglio di sorveglianza ha approvato all’unanimità il piano per il futuro presentato oggi dal comitato esecutivo”, ha dichiarato l’amministratore delegato Oliver Blume. “È un segnale forte per il futuro del gruppo Volkswagen”.

La formula usata dall’azienda

Nel comunicare la decisione il gruppo ha impiegato un linguaggio che vale la pena riportare: “È indispensabile allineare in modo sistematico i livelli occupazionali alla realtà economica”, ha fatto sapere la società, che oltre al marchio principale controlla anche Audi e Porsche.

In una formulazione più estesa la motivazione è articolata così: “Di fronte all’intensificarsi della concorrenza globale, al mutare della domanda e al cambiamento tecnologico nel settore automobilistico, è indispensabile un allineamento coerente della capacità occupazionale alla realtà economica”.

E sull’entità: “Secondo l’analisi alla base del Piano per il futuro 2030 sarà necessario un adeguamento dell’organico a livello di gruppo pari a circa 50.000 posizioni, comprese quelle dirigenziali”.

Un lavoratore su sette

Per capire la portata serve rapportare il numero alla dimensione dell’azienda.

Volkswagen occupa circa 650.000 persone nel mondo.

Su quelle basi, centomila posti corrispondono a poco più del quindici per cento della forza lavoro complessiva. Circa un lavoratore su sette.

Come termine di paragone, nel 2002 Ford tagliò trentacinquemila posti e chiuse cinque stabilimenti. Il totale di Volkswagen è quasi tre volte tanto ed è il più alto mai registrato nel settore.

I quattro stabilimenti tedeschi

La parte che in Germania preoccupa di più riguarda le fabbriche.

Il gruppo ha comunicato di non essere in grado, allo stato, di assicurare una produzione competitiva per quattro impianti: Emden, Zwickau, Hannover e lo stabilimento Audi di Neckarsulm.

Il problema si porrà quando si esauriranno le attuali assegnazioni di modelli, in momenti scaglionati fra il 2031 e il 2034. In sostanza l’azienda non ha nuovi veicoli da destinare a quelle linee.

Non si tratta ancora di un annuncio di chiusura. Se dovesse arrivare, però, sarebbe la prima volta che Volkswagen chiude stabilimenti a pieno regime nel proprio Paese.

Cinquecentomila veicoli di troppo

Alla base di tutto c’è un numero che il gruppo ha reso pubblico.

In Europa Volkswagen dispone di una capacità produttiva in eccesso pari a cinquecentomila veicoli. Sono linee di montaggio che esistono e che la domanda non riesce a riempire.

Le cause indicate dall’azienda sono tre: la concorrenza globale sempre più aggressiva, il mutamento della domanda e il cambiamento tecnologico. Le ricostruzioni giornalistiche aggiungono i dazi statunitensi e la debolezza del mercato dell’elettrico.

Lo scontro con i sindacati

L’unanimità di giovedì è arrivata dopo mesi di trattative difficili, e con uno strascico.

I sindacati avevano accusato i vertici di non essere stati trasparenti: la cifra dei centomila tagli era emersa sui mezzi di informazione prima di essere comunicata ai lavoratori.

Daniela Cavallo, che guida la rappresentanza dei dipendenti, si era opposta con durezza alla chiusura degli stabilimenti. Alla fine ha appoggiato il piano, precisando però che il costo del risanamento non può ricadere sui lavoratori.

Le parole del presidente

Sulla decisione è intervenuto anche Hans Dieter Pötsch, presidente del consiglio di sorveglianza: “Siamo convinti che l’attuazione del Piano per il futuro assicurerà la solidità e la competitività del gruppo Volkswagen nel lungo periodo”.