Avviso: le informazioni contenute in questo articolo riguardano procedure sperimentali condotte all’interno di programmi di ricerca autorizzati. Non descrivono trattamenti disponibili e non costituiscono indicazione medica. Chi convive con una malattia renale deve fare riferimento al proprio nefrologo e al centro trapianti competente.

Un uomo ha vissuto 271 giorni senza dialisi grazie a un rene proveniente da un maiale geneticamente modificato, poi ha ricevuto un rene umano. Il caso è stato pubblicato giovedì su Lancet.

Nello stesso giorno è arrivata la notizia che quel primato è già stato superato. Una paziente operata a novembre convive con l’organo animale da 285 giorni, e il rene sta ancora funzionando.

Perché lo studio conta

Il lavoro pubblicato descrive qualcosa che fino a un paio di anni fa sembrava fuori portata.

Non si tratta soltanto di far funzionare un organo animale dentro una persona. Si tratta di farlo funzionare abbastanza a lungo da consentire a un paziente con i reni gravemente compromessi di sospendere la dialisi e di attendere un trapianto umano.

È la strategia che i ricercatori chiamano ponte. Lo studio è il primo a dimostrarne la praticabilità su un paziente reale.

Chi è Tim Andrews

L’uomo, 66 anni, che ha compiuto quel passaggio conviveva con una malattia renale terminale causata dal diabete di tipo 2.

Le sue prospettive erano quelle che spingono a considerare una via sperimentale. Aveva il nove per cento di probabilità di ricevere un rene umano entro cinque anni, contro un rischio superiore al quarantanove per cento di uscire dalla lista d’attesa per il peggioramento delle proprie condizioni o per sopraggiunta morte.

Il trapianto è avvenuto nel gennaio 2025, all’interno di un percorso che negli Stati Uniti si chiama Expanded Access e che consente l’impiego di terapie sperimentali quando le opzioni convenzionali non bastano, sotto il controllo dell’ente regolatore federale.

“Non si tratta di me”

Dopo l’intervento Andrews ha spiegato le proprie ragioni con una frase che è stata poi ripresa ovunque: “Non si tratta di me. Si tratta di dare speranza alle 500.000 persone in dialisi. Ecco perché l’ho fatto”.

La sua vita, nei mesi successivi, è cambiata concretamente: è tornato a cucinare, a portare a spasso il proprio cane e ha lanciato la prima pallina in una partita dei Boston Red Sox.

Com’è finita

Il rene ha cominciato a funzionare immediatamente dopo il trapianto. I problemi sono arrivati dopo circa sei mesi, e in sequenza.

Prima un’infezione. Poi lo sviluppo di lesioni microvascolari nell’organo. Infine un’infiammazione progredita fino all’insufficienza renale.

Il rene è stato rimosso nove mesi dopo l’intervento. Andrews è tornato in dialisi e nel gennaio 2026 ha ricevuto un organo da donatore umano.

Il dato che rassicura i ricercatori

C’è un aspetto dello studio che riguarda la sicurezza e che merita attenzione.

Il passaggio attraverso l’organo suino non ha prodotto nel corpo di Andrews anticorpi contro il tessuto umano. Il rene ricevuto a gennaio è stato, quindi, accettato senza complicazioni aggiuntive.

Non sono stati rilevati neppure virus suini o altri agenti patogeni trasmessi dall’organo. Era una delle preoccupazioni principali di questo tipo di ricerca.

Il record già superato

Mentre lo studio veniva pubblicato, i numeri si muovevano già oltre.

L’azienda che fornisce gli organi modificati, eGenesis, ha comunicato giovedì che tre dei cinque pazienti trattati finora hanno mantenuto una funzione renale efficiente senza dialisi per più di otto mesi.

Il nuovo primato appartiene a una donna operata il 22 novembre 2025 al Massachusetts General Hospital, il cui rene funziona da 285 giorni.

La stessa azienda ha ottenuto dall’ente regolatore statunitense il via libera per uno studio più ampio, su trentatré pazienti, previsto nel 2027.

Quattro anni fa si sperimentava sui cadaveri

Per capire quanto sia rapido questo percorso basta guardare indietro di poco.

Nel 2022 i reni suini venivano testati soltanto su persone cerebralmente morte. Nel 2024 il primo paziente vivo a ricevere un rene di quell’azienda morì improvvisamente cinquantadue giorni dopo l’intervento, pur con l’organo ancora funzionante e senza che l’autopsia rilevasse segni di rigetto.

Fra quel caso e i duecentottantacinque giorni attuali sono passati due anni.

E in Italia?

In Italia xenotrapianti di questo tipo non ne sono stati eseguiti. Il motivo è che fino al gennaio scorso erano espressamente vietati.

Il divieto era stato introdotto nel 2014 con un decreto che recepiva una direttiva europea sulla tutela degli animali. La sua abrogazione ha aperto la strada alla ricerca, ma non è stata accolta favorevolmente da tutti: alcune associazioni animaliste la considerano un passo indietro sui diritti degli animali.

Nel frattempo è stato avviato un progetto italiano dedicato, che coinvolge fra gli altri il Consiglio nazionale delle ricerche e l’Istituto Mario Negri.

Perché tutto questo serve

Alla base c’è un problema che nessuna tecnica chirurgica risolve: gli organi disponibili non bastano.

Negli Stati Uniti nel 2024 quasi centoquarantaquattromila persone erano in lista d’attesa soltanto per un rene. Fra chi era stato inserito in quella lista fra il 2019 e il 2021, il 28,2 per cento stava ancora aspettando, il 19,8 per cento ne era stato rimosso e il 6,7 per cento era morto.

L’alternativa, per chi aspetta, è la dialisi. È un trattamento efficace, ma richiede sessioni di quattro ore tre volte a settimana e alla lunga può danneggiare i vasi sanguigni.

Cosa lo studio non dimostra

Gli stessi ricercatori pongono un limite preciso a queste conclusioni.

Il caso descritto riguarda una persona sola. Per stabilire se la terapia funzioni davvero servono studi più ampi e numeri più grandi.

È esattamente ciò che dovrebbe accadere dal 2027, con la sperimentazione sui trentatré pazienti già autorizzata.

Fonti