Mario Adinolfi, giornalista, ex parlamentare e leader del Popolo della Famiglia, è stato trasferito in carcere. Si trovava agli arresti domiciliari dall’inizio di luglio. A far scattare l’aggravamento della misura è stato l’uso dei social network, vietato dall’ordinanza che lo aveva posto ai domiciliari. È stato lui stesso a darne notizia sui suoi profili: “Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano nella storia a subire questo tipo di arresto”.

Perché è stata aggravata la misura

L’ordinanza è stata emessa dalla Sezione del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma. A eseguirla sono stati i finanzieri del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma, su delega della Procura della Repubblica.

L’ordinanza originaria vietava ad Adinolfi di usare telefoni, computer e qualsiasi dispositivo telematico, con l’unica eccezione dei contatti con il suo avvocato. Secondo quanto si legge nel provvedimento, che lo stesso Adinolfi ha pubblicato su Facebook, aveva invece continuato a scrivere la sua newsletter e a postare, anche poco prima di entrare in carcere.

“L’adozione della misura custodiale di maggiore rigore è scaturita dalla reiterata e sistematica violazione delle prescrizioni contenute nell’originaria ordinanza cautelare, con la quale era stato imposto all’indagato il divieto di utilizzare, in qualsiasi forma, dispositivi telefonici, informatici e telematici, fatta eccezione per i contatti con il proprio difensore”, spiega una nota. Gli accertamenti, aggiunge la Guardia di Finanza, “hanno documentato un numero reiterato di violazioni, concretizzatesi nell’utilizzo di social networks, che hanno assunto rilievo determinante nella rivalutazione del quadro cautelare, con ulteriore rischio di reiterazione del reato e pericolo di inquinamento probatorio”.

Di cosa è accusato Adinolfi

Le accuse sono truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. L’indagine è stata condotta dai militari dell’Aliquota della Sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza presso la Procura di Roma e dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Capitale.

Tutto è partito da una serie di denunce querele. A presentarle sono state persone che avevano affidato al giornalista ingenti somme di denaro, convinte di partecipare a un “Betting Group” chiamato “Scommessa Collettiva“, ideato e promosso sui social network. Secondo i denuncianti, non hanno ottenuto in tutto o in parte né la restituzione del denaro né i guadagni promessi. Al momento dell’arresto era stato eseguito anche un sequestro preventivo per oltre 400 mila euro.

Come funzionava la Scommessa collettiva

Il sistema era partito nel 2005. Adinolfi univa alla notorietà di giornalista e politico una certa fama come giocatore professionista di poker. Il meccanismo consisteva nel raccogliere molto denaro da scommettere su più fronti, per aumentare le vincite e coprire eventuali perdite.

Secondo l’inchiesta, Adinolfi avrebbe raccolto le quote e promesso guadagni senza avere alcuna licenza. Avrebbe truffato decine di persone per un totale di 4,7 milioni di euro ed evaso il fisco per 400 mila euro.

Come per ogni indagato, vale la presunzione di innocenza fino a un eventuale accertamento definitivo.