Un tribunale di Roma ha condannato a 10 anni di carcere tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro di persona aggravato di Giulio Regeni, il ricercatore italiano rapito al Cairo dieci anni fa. Un quarto imputato è stato assolto dall’accusa di omicidio. La sentenza, arrivata oggi, lunedì 28 settembre, rappresenta il passaggio giudiziario più importante nella lunga battaglia per ottenere giustizia sulla morte di Regeni.
Cosa ha stabilito il tribunale
I magistrati romani avevano incriminato quattro cittadini egiziani, Tariq Sabir, Hisham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il sequestro aggravato legato alla scomparsa del ricercatore. A Sharif erano contestate anche le accuse relative alle lesioni e alla morte.
Helmi, Ibrahim e Sharif sono stati condannati a 10 anni per i reati connessi al rapimento, ma non per la morte di Regeni. Sabir è stato assolto. A giugno la procura aveva chiesto l’ergastolo per Sharif, indicato come l’uomo che avrebbe materialmente eseguito l’omicidio, e pene comprese tra i 17 anni e sei mesi per gli altri.
Il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, ha accolto con favore l’esito, sottolineando che è stato raggiunto nonostante quella che ha definito una mancanza di “collaborazione concreta” da parte delle autorità egiziane durante le indagini. “Siamo soddisfatti di aver tirato fuori il caso dalle sabbie mobili in cui rischiava di sprofondare”, ha detto ai cronisti dopo la sentenza.
Cos’è successo a Giulio Regeni
Regeni, dottorando italiano di 28 anni all’Università di Cambridge, scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016, mentre conduceva una ricerca sui sindacati indipendenti in Egitto. Il suo corpo fu ritrovato nove giorni dopo alla periferia della capitale egiziana, con evidenti segni di torture, secondo gli investigatori italiani.
La procura di Roma ha sempre sostenuto che membri dei servizi di sicurezza egiziani rapirono, detennero, torturarono e uccisero il ricercatore. Le autorità del Cairo hanno invece ripetutamente negato ogni coinvolgimento dello Stato e contestato le conclusioni dell’inchiesta italiana.
Le tensioni tra Italia ed Egitto e il processo in absentia
Il caso è diventato rapidamente uno dei temi più spinosi nei rapporti tra i due Paesi. Le indagini sono state segnate da anni di dispute sulle prove e sulla cooperazione giudiziaria: i magistrati italiani hanno accusato le autorità egiziane di aver trattenuto informazioni chiave richieste attraverso i canali legali internazionali, un’accusa respinta dal Cairo.
Il procedimento ha subito ripetuti rinvii, perché gli imputati sono rimasti in Egitto e non si sono mai presentati davanti al tribunale italiano. È stata la Corte costituzionale italiana ad aprire la strada al processo in contumacia, permettendo l’avvio delle udienze a Roma nonostante le controversie sulla notifica agli accusati.
Per la famiglia Regeni la vicenda si è trasformata in una campagna durata dieci anni. La richiesta di “verità e giustizia” ha raccolto un ampio sostegno in tutta Italia, dove gli striscioni gialli con il nome di Giulio sono diventati un simbolo di solidarietà e di richiesta di risposte sulla sua morte.






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