Un operaio che non si presenta al lavoro per settimane viene licenziato per assenze ingiustificate. Il motivo di quelle assenze, però, era che si trovava in carcere, detenuto in custodia cautelare, e non poteva né recarsi in ditta né ricevere le lettere dell’azienda. Nonostante questo, il Tribunale del Lavoro di Roma ha stabilito che il licenziamento è legittimo. La ragione è un principio preciso: il lavoratore aveva comunque l’obbligo di avvisare il datore di lavoro della propria assenza. La vicenda è riportata da Open.
Cos’è successo
L’uomo, un operaio romano del settore dei servizi ambientali, dal 31 luglio a metà settembre 2023 è stato detenuto nel carcere di Rebibbia, in seguito a un’ordinanza di custodia cautelare del gip di Roma. Durante quelle settimane non poteva presentarsi al lavoro.
Nel frattempo, l’azienda gli aveva recapitato a casa tre raccomandate: due sanzioni disciplinari e, infine, la lettera di licenziamento. Comunicazioni che l’operaio non aveva potuto leggere, perché era in cella. Per questo ha presentato ricorso, sostenendo di non aver potuto difendersi nel procedimento disciplinare e che, a suo dire, mancava la giusta causa: un mese e mezzo di assenza avrebbe dovuto comportare al massimo una sanzione, non il licenziamento.
La decisione del giudice
Il Tribunale, però, ha respinto il ricorso. Secondo il giudice del Lavoro Umberto Buonassisi, l’uomo avrebbe dovuto avvisare l’azienda della propria permanenza in carcere, anche delegando qualcuno.
Nella sentenza di primo grado, riportata dal Corriere della Sera, si legge che “in tutti i casi in cui si abbia necessità di assentarsi dal lavoro, il lavoratore è tenuto a comunicare al datore di lavoro i motivi dell’assenza, con qualsiasi modalità, purché tempestiva ed efficace, oltre che esaustiva”. Un avviso che, spiega il giudice, serve anche a permettere all’azienda di organizzare il lavoro in assenza del dipendente.
La tesi dell’operaio e perché è stata respinta
La difesa dell’operaio aveva sostenuto che la detenzione, legata a un fatto estraneo al lavoro, “non costituisce un inadempimento agli obblighi contrattuali” e che “la carcerazione rappresenta una sopravvenuta impossibilità parziale della prestazione”.
Dagli atti, però, non risulta che l’azienda fosse a conoscenza dell’arresto. Alcuni sindacalisti e colleghi forse ne erano al corrente, ma nessuno lo aveva comunicato formalmente. Per questo i giudici hanno escluso che ci fosse un’impossibilità sopravvenuta o una causa di forza maggiore, confermando la legittimità del licenziamento.
Un principio in linea con la giurisprudenza
La decisione non è un caso isolato, ma si inserisce in un orientamento consolidato dei tribunali italiani e della Corte di Cassazione. Il principio è duplice: da un lato, la detenzione per fatti estranei al rapporto di lavoro non è di per sé un motivo di licenziamento; dall’altro, resta però in capo al lavoratore l’obbligo di comunicare tempestivamente la propria assenza e la sua presumibile durata, se necessario tramite familiari o legali.
È proprio la mancata comunicazione, più che la detenzione in sé, a rendere legittimo il licenziamento. Un principio che vale come monito generale: quando ci si trova impossibilitati a lavorare, per qualsiasi ragione, avvisare il datore di lavoro resta un obbligo contrattuale che non viene meno nemmeno dietro le sbarre.
Immagine generata con IA.






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