La Sicilia si trova davanti a una delle sfide economiche e sociali più delicate dei prossimi anni: il progressivo invecchiamento della popolazione e la riduzione della forza lavoro rischiano infatti di aggravare ulteriormente il già fragile equilibrio tra occupati e pensionati. È quanto emerge dall’ultima analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che mette in evidenza come l’Isola sia tra le regioni più esposte agli effetti della crisi demografica italiana.
A livello regionale, nel 2025 la Sicilia conta 1.675.935 pensioni a fronte di 1.489.473 occupati. Il saldo risulta quindi negativo per 186.462 unità, un dato che colloca l’Isola tra le realtà più squilibrate del Paese, superata solo da Calabria e Puglia.
Quasi 174 mila siciliani verso la pensione entro il 2029
Le prospettive non sono rassicuranti. Secondo le previsioni elaborate dalla Cgia, tra il 2025 e il 2029 in Sicilia sarà necessario sostituire circa 173.900 lavoratori che lasceranno il mercato del lavoro per pensionamento. Si tratta dell’ottavo valore assoluto più elevato a livello nazionale. Di questi, 74.600 sono dipendenti del settore privato. L’uscita contemporanea di una così ampia quota di forza lavoro rischia di mettere ulteriormente sotto pressione imprese, servizi e pubblica amministrazione, soprattutto in un contesto già caratterizzato da bassi tassi di occupazione e da una crescente difficoltà nel reperire personale qualificato.
Palermo e Messina tra le province italiane più fragili
La fotografia provinciale evidenzia una situazione particolarmente critica in gran parte del territorio siciliano. Palermo registra 406.755 pensioni contro 343.117 occupati, con un saldo negativo pari a 63.638 unità. Un dato che colloca il capoluogo siciliano al 97° posto su 102 province analizzate. Ancora peggiore la situazione di Messina, che presenta un divario di 76.936 unità tra pensioni e occupati, risultando la quarta provincia più in difficoltà d’Italia, preceduta soltanto da Reggio Calabria, Taranto e Lecce. Segnali negativi emergono anche da Agrigento (-24.884), Trapani (-16.257), Caltanissetta (-11.334) ed Enna (-9.833).
Ragusa e Catania le eccezioni positive
Nel contesto siciliano non mancano tuttavia alcuni elementi incoraggianti. Ragusa rappresenta un caso quasi unico nel Mezzogiorno: gli occupati superano i pensionati di 16.241 unità, il miglior risultato del Sud Italia. Anche Catania mantiene un saldo positivo, seppur minimo, con 475 occupati in più rispetto alle pensioni erogate. Siracusa si trova sostanzialmente in equilibrio, con un saldo negativo limitato a 296 unità.
Un mercato del lavoro che invecchia, ma meno che altrove
Un dato relativamente positivo riguarda l’età dei lavoratori. In Sicilia gli over 50 rappresentano il 30,2% dei dipendenti privati, una quota inferiore alla media nazionale del 32,7% e tra le più basse del Paese. Questo significa che l’Isola dispone ancora di una componente lavorativa mediamente più giovane rispetto a molte regioni del Nord. Tuttavia, secondo la Cgia, per compensare l’uscita dei lavoratori che andranno in pensione sarà necessario aumentare significativamente l’occupazione femminile e quella giovanile, due ambiti nei quali l’Italia continua a registrare performance inferiori rispetto alla media europea.
Il nodo del futuro
La ricerca evidenzia come il problema non riguardi soltanto il sistema previdenziale, ma la tenuta stessa del tessuto produttivo. Con sempre meno lavoratori attivi e un numero crescente di pensionati, la Sicilia rischia di vedere accentuarsi le difficoltà delle imprese nel reperire personale e competenze specialistiche. La fotografia scattata dalla Cgia mostra un’Isola divisa in due: da un lato province come Ragusa e, in misura minore, Catania che continuano a generare occupazione; dall’altro aree come Palermo e Messina, dove il peso della transizione demografica appare già oggi particolarmente evidente. Una sfida che nei prossimi anni potrebbe trasformarsi in uno dei principali fattori di condizionamento dello sviluppo economico regionale.



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