Un tribunale del Kenya ha condannato a 200 anni di carcere il predicatore Paul Mackenzie, fondatore della Good News International Church, per il massacro della foresta di Shakahola. La sentenza riguarda la morte di 191 persone, 190 bambini e un adulto. Mackenzie aveva convinto i suoi seguaci che lasciarsi morire di fame fosse la strada per incontrare Gesù. I corpi riesumati nella foresta, però, sono molti di più: 448. Per le altre morti le indagini sono ancora aperte.
Paul Mackenzie condannato: cosa ha deciso il tribunale
La pena è stata pronunciata oggi, venerdì 6 novembre, all’Alta Corte di Mombasa dalla giudice Diana Kavedza Mochache. La condanna arriva dopo la sentenza del 19 ottobre, che aveva riconosciuto Mackenzie e 28 coimputati colpevoli di tutti i 191 capi d’accusa di omicidio, ricostruisce il sito Kenyans.co.ke.
Il conto dei 200 anni nasce da due blocchi di pene:
- 100 anni per ciascuno dei 191 omicidi per inedia, da scontare in contemporanea;
- 100 anni per ciascuno degli otto omicidi diretti di bambini, anche questi in contemporanea;
- i due blocchi però si sommano, e il totale arriva a 200 anni.
Gli altri condannati hanno ricevuto pene tra 10 e 160 anni, a seconda del ruolo. Per tutti, tranne Mackenzie, la giudice ha chiesto una valutazione per un programma di deradicalizzazione e reinserimento del Centro nazionale antiterrorismo.
Perché la giudice ha escluso la pena di morte
L’accusa aveva chiesto la pena capitale. La giudice ha riconosciuto che il caso ne raggiungeva la soglia, ma l’ha esclusa. «La pena di morte precluderebbe la possibilità del distacco e della riabilitazione. Annullerebbe anche la possibilità che un condannato in vita riveli dove si trovano i resti dei bambini scomparsi», ha spiegato.
Nelle motivazioni ha insistito sul tradimento della fiducia. «L’abuso di fiducia, in questo caso, è andato oltre lo sfruttamento dell’autorità spirituale. Ha comportato il tradimento della fiducia riposta nei condannati dai fedeli e l’abbandono del dovere primario dei genitori di proteggere i figli», ha detto, secondo The Star. I bambini non potevano scegliere se digiunare e dipendevano dagli adulti per sopravvivere. «Il sistema di protezione degli adulti non ha funzionato», ha osservato.
Cosa è successo nella foresta di Shakahola
Secondo il tribunale, il digiuno non era volontario. Veniva imposto con un sistema organizzato di indottrinamento, intimidazioni e violenza. I bambini erano le prime vittime designate, poi toccava a giovani, donne e uomini. Chi provava a scappare veniva ripreso, minacciato, frustato e rinchiuso con gli altri. Alcuni testimoni hanno attribuito a Mackenzie la frase secondo cui i fedeli sarebbero entrati in paradiso anche a forza di pugni e calci.
Il caso è emerso nel marzo 2023, quando un uomo ha denunciato alla polizia che il fratello e la moglie avevano lasciato morire di fame i figli nella foresta, su ordine del predicatore. Mackenzie è stato arrestato e rilasciato su cauzione. Ad aprile 2023 è stato arrestato di nuovo, e sono cominciate le riesumazioni dalle fosse comuni. Molti corpi erano gravemente decomposti: dei bambini, solo 26 sono stati identificati, riferisce la Reuters, ripresa da Khaleej Times.
Mackenzie, ex tassista, era nel mirino delle autorità dal 2017, quando la polizia aveva perquisito i suoi locali. Nel 2019 la sua chiesa di Malindi era stata chiusa e lui si era trasferito a Shakahola.
Le famiglie delle vittime e il figlio del predicatore
La Commissione nazionale keniota per i diritti umani parla di 448 corpi recuperati nella foresta, scrive IBTimes. Tra chi ha perso tutto c’è Stephen Mwiti, 48 anni, che ha perso i suoi sei figli: li aveva portati a Shakahola la moglie, anche lei tra i complici condannati. «Ho perso i miei figli e non potrò riaverli, qualunque cosa succeda a Mackenzie e ai suoi complici», ha detto alla Reuters.
Ha parlato anche Dan Mackenzie, uno dei figli del predicatore. «Non sono finito a Shakahola perché non credevo più a… andare in paradiso. Così ho lasciato la chiesa e mi sono fatto la mia strada», ha raccontato. «Ho perso anche degli amici, e il mio fratello più piccolo. È giustizia per le persone che abbiamo perso laggiù, a Shakahola».
Cosa resta da chiarire
La condanna chiude solo una parte della vicenda. Mackenzie è accusato anche della morte di 52 persone trovate nel villaggio di Kwa Binzaro, a circa 30 chilometri da Shakahola, e si è dichiarato non colpevole. Restano aperte le indagini sulle altre morti della foresta e le accuse di terrorismo, che lui respinge. Dopo il massacro, governo e Senato hanno preparato proposte per regolare i gruppi religiosi, ma non sono ancora diventate legge.



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