Quando a Camilleri chiesero come mai un fazzoletto di terra così povero come l’Agrigentino abbia potuto dare i natali a tanti scrittori illustri, il più prolifico degli autori rispose con una pronta e felice battuta: “Perché scrivere non costa nulla”.

Nello spazio di pochi chilometri arsi dal sole, dove un tempo regnavano le zolfare, non nacquero solo Pirandello, Sciascia e Camilleri – tre scrittori che rimarranno nella storia della letteratura – ma anche il meno conosciuto, e però altrettanto intrigante, Antonio Russello.

Il favarese Antonio Russello, coetaneo di Sciascia, fu scoperto da Vittorini che nel 1960 fece pubblicare da Mondadori il suo “La luna si mangia i morti”, a cui seguirono altri romanzi, spesso ambientati in Sicilia, dallo stile molto originale (tanti, nella sua prosa, gli anacoluti e le frasi volutamente antiletterarie).

Nel ’70 il suo romanzo “Giangiacomo e Giambattista” fu tra i finalisti del Campiello, che quell’anno si aggiudicò Mario Soldati. Il che ci fa capire come Russello – che visse buona parte della sua esistenza in Veneto, dove si trasferì per lavoro – non fu certo un autore di secondo piano, sebbene a un certo punto la sua notorietà negli ambienti letterari cominciò a scemare.

Al punto che la sua scomparsa, avvenuta a Castelfranco Veneto nel 2001, passò quasi inosservata.
Adesso la casa editrice Medinova di Antonio Liotta ha deciso di ristampare tutte le opere di Russello. Il recupero della memoria di uno scrittore talentuoso come Antonio Russello è un’iniziativa meritoria, e lo è ancor più in un momento come l’attuale in cui l’interesse per la letteratura di qualità è piuttosto fievole.

Per fortuna, i propositi della piccola casa editrice dell’Agrigentino non sono isolati: a questa avventura partecipano pure – attivamente – il figlio dell’autore, Alessandro Russello, direttore del Corriere Veneto, Salvatore Ferlita, docente di Letteratura alla Kore di Enna a cui è affidata la cura della collana, il Centro Studi Antonio Russello con in testa il suo direttore scientifico Gaspare Agnello, la Strada degli Scrittori, progetto ideato da Felice Cavallaro.

Il testo con cui si è voluto dare il via alla ristampa degli scritti di Russello è “Lo sfascismo”.
Si tratta di un personalissimo saggio scritto da Russello poco dopo la tragica scomparsa di Aldo Moro, tra il 1978 e il 1979, e pubblicato nel 1985.

Si è voluto cominciare con “Lo sfascismo”, piuttosto che con altri romanzi (quale avrebbe potuto essere, ad esempio, “La luna si mangia i morti” che, oltre a segnare l’esordio dello scrittore favarese, è forse il titolo più conosciuto), per sottolineare la passione civile di Russello, autore schivo, estraneo a qualsiasi conventicola letteraria e senza alcuna appartenenza politica.

Lo spirito libero di Russello aleggia nel suo “Lo sfascismo”, un saggio che ripercorre la storia del nostro Paese a ritroso: partendo dall’omicidio di Moro, l’epoca del predominio democristiano, dell’opposizione e del tentativo di dialogo del Partito Comunista, di Andreotti, Fanfani, Craxi, La Malfa – tutti ritratti con beffarda ironia -, per poi continuare col ventennio fascista, quindi con l’Italia dell’800, per giungere, come ultima tappa, all’impero Romano.

Un viaggio nel tempo che corre all’indietro, quello de “Lo sfacismo”, che va dalle idi di marzo degli anni ’70 del 900 che conducono all’assassinio di Moro a quelle del 44 a.C. quando a essere ucciso è Giulio Cesare.

Nella lettura di Russello intrisa di satira pungente e priva di freni inibitori, la storia del nostro Paese è un succedersi di intrighi, congiure, lotte fratricide di potere di cui il popolo è succube.

Per dirla con Salvatore Ferlita, che ne ha scritto l’introduzione, ne “Lo sfascismo” lo sguardo di Russello s’incunea “ nei meandri del nostro passato, nelle sue zone oscure e impervie, senza rinunciare a un umorismo a tratti tetro e fosco”. Il tutto condito da una scrittura scoppiettante, nervosa, effervescente. Tipica di uno scrittore inimitabile, a tanti indigesto, ma che merita di essere riletto.