Mai scalfire il mito, specie se questo è radicato nel sentimento popolare. Se ne guardò bene dal farlo Francesco Rosi quando girò il film su Salvatore Giuliano lasciando dietro le quinte il bandito, che non appariva in alcuna scena per preservarne l’areola, pur raccontando con scrupolo le vicende, misteriose e inquietanti, a lui legate (lo notò acutamente Sciascia in un breve saggio risalente agli albori degli anni ’60).

Ne è consapevole Anna Marotta, giovane scrittrice del messinese che con “Il bandito Testalonga. La resistenza di un vinto”, edito da Giambra, racconta la vita del leggendario brigante senza intaccarne il fascino pur confutando, nell’ attenta ricerca storica, le tante narrazioni popolari fiorite sul suo conto.

Nella metà del XVIII secolo, vicerè Giovanni Fogliani, la banda di Antonino di Blasi di Pietraperzia detto Testalonga (si racconta che avesse la testa più alta di quella di un campanile) dettò legge mietendo panico in tutta la Sicilia, insieme a quelle di Antonino Romano e di Giuseppe Guarnaccia, suoi sodali e gregari.

I metodi di Testalonga, cinici e spicci, non conoscevano clemenza per le famiglie facoltose di allora: i suoi sequestri erano firmati dai tagli sulle orecchie e sulla punta del naso dei malcapitati (tagli d’intensità diversa secondo le richieste d’estorsione).

Tuttavia, in un’epoca contrassegnata da profonde ingiustizie sociali, Testalonga non faticò a conquistarsi la fama popolare di giustiziere dei poveri, di Robin Hood dell’isola. La tradizione orale e scritta (tante le cronache, le composizioni poetiche, le novelle tramandate nel secolo in cui visse e in quelli che seguirono sino ai nostri giorni) ne fecero un eroe che rubava ai ricchi per sfamare i poveri, un brigante gentiluomo, vittima di soprusi, dall’animo nobile e dalla galanteria incorporata.

Nel suo saggio, l’appena trent’enne Anna Marotta rappresenta il panorama storico siciliano del XVIII secolo e traccia i lineamenti dell’uomo Antonino di Blasi ricostruendone, sulla base di atti d’archivio, le origini, la famiglia, le tappe della sua esistenza.

Inoltre, la Marotta illustra la leggenda del personaggio Testalonga attraverso i molti scritti che ne esaltarono le gesta; e se, da un canto, confuta con argomentazioni scientifiche, le dicerie diffuse sulla sua figura, dall’altro, nell’analizzare un quadro storico connotato da diffusi malcostumi e da palesi iniquità sociali, ridimensiona la cifra criminale del bandito.

Le conclusioni cui giunge Anna Marotta ne “Il bandito Testalonga” conducono, se non all’assoluzione di Antonino Di Blasi, alla concessione nei suoi confronti di più di un’attenuante: tra il sistema di potere del vicerè Fogliani, la spietata e sommaria “giustizia” della dominazione spagnola cui faceva da corollario la spettacolare e cruenta esecuzione delle condanne capitali e il brigantaggio di quegli anni, quest’ultimo appare il meno esecrabile.

Da qui – spiega la Marotta – nascono la leggenda e il mito di Testalonga: dalla condanna popolare di una tirannia fondata sul terrore e di un governo insensibile ai bisogni della gente. Ed è per queste ragioni che la sublimazione, frutto della fantasia popolare, del bandito Antonino di Blasi finisce con l’essere quasi legittimata.

Il testo della Marotta è ricavato dalla sua tesi di laurea. E però quel saggio scientifico è stato radicalmente rivisitato con esiti felicissimi. “Il bandito Testalonga”, in cui l’accurata documentazione si coniuga alla brillante esposizione, è infatti un libro godibilissimo, dilettevole, accattivante nella sua scrittura scorrevole e incisiva tipica della saggistica divulgativa.