Giusi Patti Holmes

Sono Giusi Patti Holmes, giornalista, scrittrice e, soprattutto, un affollato condominio di donne, bizzarre e diversissime tra loro, che mi coabitano. Il mio motto è: "Amunì, seguitemi".

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Oggi vi racconto il travagliato e appassionato amore di Alexandra  Wolff Stomersee e Giuseppe Tomasi di Lampedusa: una storia fatta di affinità elettive, di un sentimento totalizzante, di una “necessaria” lontananza, di tante lettere, di troppe indecisioni, di una scelta definitiva e della presenza ingombrante di un’altra donna, dal carattere molto forte e legatissima all’unico figlio rimastole. Un incontro che cambiò le loro vite, facendo combaciare due mondi distanti. 

Alexandra e Giuseppe 

Giuseppe, figlio di Giulio Maria Tomasi e Beatrice Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò, duca di Palma e Montechiaro e principe di Lampedusa, nasce a Palermo il 23 dicembre del 1896. Alexandra, chiamata affettuosamente Licy, figlia della cantante lirica italiana Alice Barbi e del barone Boris Wolff Stomersee, nasce a Nizza il 13 novembre del 1894.

Il loro primo incontro 

L’incontro avvenne a Londra in casa di Pietro Tomasi della Torretta, zio di Giuseppe e secondo marito della madre di Alexandra che, a sua volta, era sposata col barone André Pilar. In quell’occasione fecero una breve passeggiata e scoprirono tante passioni in comune, tra cui William Shakespeare. Nel 1927 Tomasi di Lampedusa fu ospite nel castello della coppia, in Lettonia, essendo amico tanto di Licy, quanto di André. Nel 1930 un incontro a Roma, sparigliò le carte, trasformando quel rapporto amicale in un grande d’amore.  Alexandra, ormai divorziata, potè abbandonarsi così a quel sentimento che non era stato preventivato. 

1932 Pasqua in Sicilia

Nel 1932 il principe, nonostante il timore reverenziale nei confronti della madre, invitò la fidanzata a trascorrere la Pasqua a Palermo, nel grande palazzo di famiglia nel quale viveva con i genitori. Donna Beatrice non approvò l’iniziativa del figlio non solo perché l’aristocratica baltica era divorziata, ma anche per il suo carattere schietto e per la sua cultura eccessivamente aperta per la nobiltà siciliana. 

La scelta 

Il rapporto difficile tra le due donne della sua vita, spinse Giuseppe a una scelta molto difficile e sofferta, quella di scrivere, il giorno stesso del  matrimonio con Alexandra, una lettera ai genitori per comunicargli la decisione di sposarsi, facendo credere, però, che l’evento non fosse imminente. Mentre il padre accolse la notizia con tranquillità, la madre con grande tormento e delusione. 

Scrive Giuseppe: “Mai, dai tempi più lontani della mia infanzia, ricordo di aver ricevuto un benché minimo rifiuto da voi: la vostra approvazione basterà a darci una felicità che vi commuoverebbe se la poteste vedere”.

Il 29 agosto 1932, allarmato per non aver ricevuto alcuna risposta, dopo appena cinque giorni, scrive un’altra lettera: “Spero, ogni giorno, di ricevere una vostra lettera: ve ne prego, lasciatevi guidare dal cuore e dal vostro amore per me; ve ne prego abbiate fiducia anche nel buon senso e nella riflessività mia”.

Poco dopo, sentendo inascoltata la sua preghiera,  decise di ritornare a Palermo, con la speranza di appianare i rapporti tra suocera e nuora. Purtroppo il tentativo fallì miseramente e Giuseppe, non avendo la tempra di contrariare la madre, lasciò partire, da sola, Alexandra. 

Un matrimonio che resiste alla lontananza 

Il matrimonio, nonostante la lontananza subita da Licy, resistette per ben 10 anni con degli incontri furtivi  in Lettonia, a Stomersee, o a Riga. A riunirli, però, ci pensò la guerra, che danneggiò entrambi: ad Alexandra, infatti, le autorità sovietiche confiscarono il castello, con l’enorme parco e il lago; a Giuseppe, invece, bombardarono impietosamente Palazzo Lampedusa.

Il ritorno a Palermo di Alexandra 

Riavvicinati da questi tragici eventi, capendo che era il momento di recuperare il tempo perduto e che non potevano sprecarne altro l’uno senza l’altra, decisero di tornare assieme a Palermo per viverci stabilmente. Questa volta, però, in un appartamento tutto loro, ereditato da Giuseppe, e senza la presenza di donna Beatrice, che si ritirò in solitudine. Finita la guerra, i due coniugi poterono dedicarsi alle loro passioni: mentre lo scrittore trascorreva le sue giornate con il piccolo circolo di giovani discepoli che lo attorniava nei caffè del centro, tra cui l’indimenticabile Bar Mazzara, uno dei luoghi in cui scrisse, probabilmente, alcune pagine del Gattopardo e che lo ricordò sempre, fino alla chiusura, con una foto che campeggiava sulle sue pareti, Licy, l’aristocratica baltica, allieva di Sigmund Freud e apprezzata analista. si dedicava a importanti studi sulle nevrosi, sulle psiconeurosi e sulla depressione, anche, infantile.

Ma cosa si scrissero nel decennio della lontananza?

Le lettere, conservate e pubblicate nel 1987, cinque anni dopo la scomparsa della principessa, sopravvissuta al marito ben 25 anni, furono pubblicate dalla Sellerio col titolo “Lettera a Licy, un matrimonio epistolare“. I due innamorati, divisi solo fisicamente, si scrivevano in francese, pur capendosi benissimo in italiano, tedesco e russo. Inamovibile da Palazzo Lampedusa, rovente d’estate e gelido d’inverno, Giuseppe che, alla morte del padre nel 1934, ne aveva ereditato il titolo, descriveva alla moglie i riti nei quali si sentiva ingabbiato e, da buon siculo, le succulenti leccornie. 

Ecco il menù di un pranzo del 14 giugno del 1942: “Fettuccine au beurre et parmisan, un enorme poisson (une cernia) servi entier, avec son enorme goeule ouverte comme la baleine de Jonas, bouilli, flanque de pommes de terre ( de Holland) et accompagnè de deux soupieres, une de sauce mayonneise( froide) une de sause hollandaise ( chaude)… A la fin Giovanna a dit: ‘Abbiamo pensato di fare un pranzo leggero, per l’estate“.

Le lettere d’amore

Moltissime le lettere d’amore tra cui quella che le scrisse da Capo D’Orlando, il 24 agosto del 1942, nel decimo anniversario del loro matrimonio: “Ma tres chere et tres aimèè, je t’ecris express aujourd’hui, le dixiemme anniversaire de notre marriage. Parmi toutes le choses en mouvement et fluide il n’y a de solde et d’immuable que mon amour pour tot qui augmente avec la distance et s’affermit avec l’absense”. Un amore che aumentava con la distanza e si rafforzava con l’assenza, anche se Licy, a volte e comprensibilmente, rispondeva con feroce sarcasmo al marito mammone, figura impensabile nella sua cultura.

«Mio angelo», scriveva lei e «Muri mia», rispondeva lui in questo epistolario che, intriso di delusioni, opposizioni familiari, censure, bombardamenti e rare scintille di gioia, permetteva loro di resistere ancora e ancora, viaggiando tra Palermo, Roma, Berlino e Riga. 

27 maggio 1957

Sulla soglia della morte, avvenuta il 27 maggio 1957, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con grafia malferma, scrisse: «Delle persone vive, io amo solamente mia moglie, Giò, Mirella», dove Giò era il figlio adottivo Gioacchino Lanza, musicologo di fama e uno dei più grandi studiosi del teatro d’opera, scomparso il 10 maggio 2023, e Mirella l’allora fidanzata di lui. Lo scrittore, tra le disposizioni testamentarie, affermò, anche, la volontà «che della mia morte non sia fatta nessun genere di partecipazione né attraverso la stampa né in altri modi» e il desiderio «che si faccia il possibile affinché sia pubblicato il Gattopardo, ma non a spese dei miei eredi, considererei ciò come un grossa umiliazione».

Il Gattopardo 

Il romanzo, terminato nel 1956, spedito con una lettera di accompagnamento di Lucio Piccolo e rifiutato da Elio Vittorini, consulente della Mondadori e dell’Einaudi, (l’errore più grande dell’editoria italiana), fu edito da Feltrinelli, a cura di Giorgio Bassani, e uscì postumo nel 1958. L’anno successivo vinse il Premio Strega diventando il più grande capolavoro letterario del Novecento e popolarissimo grazie, anche, alla trasposizione cinematografica di Luchino Visconti del 1963.

Chiudo con: “Se non ci metti troppo, ti aspetterò tutta la vita” (Oscar Wilde) 



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