Giovanni Pizzo
Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio
Ma siamo proprio certi che l’eco del boato di Capaci, ma
soprattutto della testimonianza civile e dei suoi insegnamenti, quelli che ci
ha lasciato Giovanni Falcone, siano ancora vivi e presenti in questa città?
La Mafia ha perso certamente la sua potenza militare,
gerarchica ed organizzativa, ma sembra che la cultura mafiosa, la
sopraffazione, l’incuria del bene comune, la carenza, se non mancanza assoluta,
di regole del mondo civile abbiano fatto eserciti di proseliti. Sabato sera è
mancata la sorveglianza in Vucciria, a pochi metri dal Pantheon dove riposa Falcone, e la frase
ricorrente del coacervo locale, un misto di abusivismo, spaccio e spesso
violenza era “ripigghiamoci chiddu che è nostro”, a detta dei poveri “cristi”
residenti. Frasi da Gomorra, quello che è oggi, forse più di allora, il mood culturale
di questa città, piena di luce e altrettante ombre, cruda e violenta, da “ti
mangio il cuore” per una taliata di troppo al semaforo o in un
locale. È insegnamento di Falcone e del
fratello martire Paolo Borsellino, come Cosma e Damiano, profanati l’anno
scorso con sparatorie a Sferracavallo, l’enorme dispersione scolastica che può
solo generare esclusione e delinquenza in tantissimi quartieri a rischio?
Sperone, Cep, ZEN, Brancaccio e tanti altri ancora, dove non solo nulla sembra
essere cambiato, ma addirittura si sia “incritato” il seme della
disillusione e del rifiuto del vivere secondo il consesso civile.
Il valore civile di una città si misura dai lenzuoli
bianchi, dai cortei di ragazzi che vengono da fuori, dalle posture pelose e
contrapposte davanti al “ficus magnoliae”, o dal decoro civile di una città
lurida e sporca, di coscienza soprattutto?
Il quartiere Kalsa, dove nacque Giovanni, è un quartiere
liberato dalla cultura mafiosa? Ne siete proprio certi? O c’è solo un
riciclaggio di usi e costumi riposizionati dalla cosiddetta “Movida”. Cosa
muove, cosa consuma, che spirito ha questa movida, che nulla ha di spagnolo e
molto di suk stupefacente. Un noto scrittore di “chitarra e di coltello”, spera
ed auspica che Palermo ritrovi un Genio, dopo quello dal baffo sorridente e
acuto di Falcone. Ma più che un Genio, camminando per Palermo, viene alla mente
il serpente sotto la statua di Piazza Rivoluzione, che sta soffocando tra le
sue spire la “megghiu” gioventù di questa città, che ha due patroni, uno
nero ed ormai bruciato, ma che solo ad una sparge incensi che coprono l’olezzo
della sua acre verità. Palermo è senza cura di sé, in cui le parole della
bellissima canzone di Franco Battiato non hanno cittadinanza. La verità nuda e
cruda, come le stigghiole prima della brace, è che Falcone è un simbolo
enorme di coraggio per gli italiani. Per i palermitani, chiusi nella loro
strafottenza, nel farsi i fatti propri, adusi a voltarsi dall’altra parte, che
hanno in spregio il bene comune, lo è molto meno.
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