Giovanni Pizzo

Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio

Tutti i post


A cosa serve riflettere? Riflettere, soprattutto insieme,  è difficile nello scorrere del fiume odierno, globale, interconnesso. L’occasione è il convegno a Baida della Comunità di S. Egidio nel convento francescano.

Noi siciliani,  i palermitani in particolare siamo molto diffidenti, spesso chiusi, nelle nostre cose, riti, pregiudizi.  Palermo, la Sicilia è una terra di diffidenza, ignoranza, povertà materiali e culturali. In un mondo che crede sempre di più alle magie, alle illusioni, al distorto uso oggi dell’AI, come ci ha chiaramente illustrato Papa Leone XIV.

Serve non arrendersi alla rassegnazione, “fare casa”, cominciando dai più fragili, dai più indifesi. Da coloro che finiscono esclusi.  Non tutti si rassegnano, c’è chi non lo fa, perché ha qualcosa dentro, nel profondo, che crede in forza di un amore Superiore, arma “atomica”, che supera quelle delle tirannie mondiali. E qualcuno fa casa, costruisce un tetto comune, fatto di amicizia e solidarietà concreta, materiale, apostolato di vicinanza, che abbatte le differenze che la vita pone tra gli esseri umani.

“Non farsi vincere dal male, ma vincerlo con il bene”, questa è la riflessione che ci si pone. Ed il bene è possibile, se usciamo dai nostri comodi, soliti, a volte anche sordidi, steccati.

È un bene donato, non nostro, ma che da noi promana, è un noi cattolico, senza infingimenti, apostolico, una chiamata ad una vita generosa e aperta, non separata dagli altri.

Non dalle appartenenze, ma da coloro che non hanno con noi legami di sodalità, ma solo di solidarietà.

Un mondo di divisioni, improntato alla paura, alla diffidenza dell’altro, c’è un grande senso di sfiducia a pensare male si fa peccato ma si ha ragione diceva Andreotti. Ma serve avere ragione e condannarsi alla chiusura? O forse è meglio avere torto, rischiare di sbagliare per costruire un futuro differente? Queste sono le domande che si deve porre una Comunità, non una città, una terra, fatta dalla somma di singoli, malattia endemica in questa terra del “che c’è più mmia”, iper individualistica. Ma a volte con appartenenze ad un distorto senso di famiglia, di relazioni di convenienza, di circoli conformi o di clan armati. In cui un uomo appartiene, per paura o rassegnazione sociale ad un altro uomo, cosa tra le più stupide dalla nascita del libero arbitrio.

Anche i discepoli del Vangelo fuggirono, fecero come i conformisti descritti da Gaber, che volano sulle ali della maggioranza, quella che non si mette in discussione per paura, hanno pensato a salvare se stessi. Ma alla fine siamo tutti nella stessa barca, diceva Papa Francesco, ci si salva insieme, non da soli. La rivoluzione in questa terra a Palermo, in Sicilia, è avere fiducia, nell’ altro, negli altri, soprattutto i diversi da noi, solo partendo così abbiamo la possibilità del cambiamento, che è culturale prima, per diventare sociale, comune a tutti. Questo crea alleanza tra le generazioni, che le accelerazioni odierne tendono a divaricare.

Solo questo può cambiare questa terra sporca, malata, diruta, egoista, individualista, terra di scorrerie dei singoli, o di piccoli gruppi non legati da amicizia, ma da interessi particolari. La Sicilia può cambiare se si allea, se non demonizza, se non diffida ma si affida. Certo si può sbagliare, ma rassegnarsi, chiudersi  è decisamente un destino peggiore.

Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.