Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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C’è un momento, nella storia, in cui persino la gioia diventa sospetta. Ed è quando arriva troppo rumorosa, troppo unanime, troppo a comando.

 La caduta del tiranno venezuelano merita applausi, sì. Merita lacrime, abbracci, brindisi. Un dittatore criminale che sparisce dalla scena non è mai una cattiva notizia. Le vittime non si discutono. Si rispettano.

Ma la storia, che non è sentimentale, ci impone di fermarci un istante prima di stappare l’ultima bottiglia.

Perché non tutte le liberazioni sono uguali. E soprattutto non tutte vengono gratis.

Gli Stati Uniti non hanno mai avuto un grande interesse per la democrazia altrui, se non quando coincideva con la propria convenienza. È una costante della loro politica estera, non un’invettiva antiamericana. Washington non è una ONG, e Trump men che meno. 

Quando il presidente americano parla, lo fa sempre con una mano sul portafoglio e l’altra sulla cartina geografica. E infatti, appena spenti i riflettori sull’operazione “liberatrice”, ecco spuntare il vero bottino: il petrolio. Il resto è retorica per uso interno.

Ci raccontano che dopo il tiranno verrà la democrazia. È una favola che abbiamo già ascoltato. In Iraq. In Libia. Ogni volta con lo stesso finale: il vuoto di potere, il caos, la dipendenza. Cambiano i nomi, non il copione. La democrazia non si esporta con i marines, e quando ci si prova arriva sempre con un prezzo che qualcun altro dovrà pagare.

C’è poi un dettaglio che dovrebbe inquietare anche i più entusiasti: il silenzio di Mosca e Pechino. Quando i grandi predatori non ringhiano, non è perché sono diventati vegetariani. È perché stanno trattando. E quando si trattano le sfere di influenza, qualcuno finisce sempre sul tavolo operatorio: oggi Caracas, domani Kyiv, dopodomani Taipei. La geopolitica non conosce i buoni sentimenti, solo gli scambi.

Il problema più grave, però, è un altro. 

Questo intervento non ha una base giuridica. 

È la legge del più forte, nuda e cruda. Quella stessa legge che diciamo di combattere quando viene applicata da Putin. Accettarla oggi perché “ci piace il risultato” significa rinunciare domani a qualsiasi autorità morale. 

Non si può difendere il diritto internazionale a giorni alterni, come un ombrello che si apre solo quando piove addosso agli altri.

Chi ha il diritto di criticare questa operazione è solo chi è stato coerente: contro Maduro, contro Putin, contro ogni aggressione. Non chi applaude ogni uomo forte purché antiamericano, né chi invoca le regole solo quando servono a colpire l’avversario di turno. L’incoerenza non è neutralità: è opportunismo.

All’Europa, intanto, resta una lezione antica e sempre valida. Le regole proteggono solo chi ha la forza di farle rispettare. 

Ma la forza, se non è al servizio delle regole, diventa arbitrio. E nell’arbitrio non c’è spazio per i deboli, né per i distratti. 

In un mondo dove se non hai una sedia è perché sei parte del menù, l’unica vera sicurezza è non rinunciare mai ai principi — nemmeno quando sarebbe più comodo farlo.

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