Il 3 luglio 1837, in una Palermo sconvolta dal caos dell’epidemia di colera, si spegneva, in solitudine e povertà, Vincenzo Cardile, religioso, poeta e letterato nativo di Savoca che scrisse esclusivamente in lingua siciliana.
Nato a Savoca il 16 aprile del 1761, Cardile beneficiò di una formazione raffinata, approfondendo la cultura greca e latina sotto la guida di figure come l’abate Antonino Puliatti. Trasferitosi a Palermo quando aveva 15 anni di età, unì agli studi letterari solide basi in economia e diritto, prima di intraprendere gli studi di teologia e il sacerdozio. Nonostante le potenzialità per una carriera ecclesiastica di alto profilo, nel 1792 scelse la via dell’abnegazione, occupandosi con dedizione dell’assistenza dei malati e degli indigenti.
Definitosi con umiltà un “preticciuolo”, Cardile considerava la lingua siciliana un prezioso strumento didattico e un mezzo per l’espressione della propria arguzia. La sua opera si articola su due fronti distinti, che rispecchiano le diverse destinazioni dei suoi scritti. Esiste una produzione ufficiale destinata alla stampa, composta da opere encomiastiche come Lu triunfu di la Paci (1814) e i componimenti per le celebrazioni del ritorno dei Borbone nel 1830, caratterizzati da un neoclassicismo di stampo accademico. Dal 1816, a causa della degenza per l’aggravarsi dei suoi malesseri fisici causati dalla gotta, il Cardile raccoglie presso la sua abitazione una ristretta cerchia di appassionati di poesia che delizia con la sua vivace produzione privata, manoscritta o orale, spesso pungente e indiscreta, rivolta a mettere a nudo i vizi e le debolezze dei suoi contemporanei. Fu proprio questa vena satirica e tagliente a valergli il titolo, forse iperbolico ma indicativo della sua fama, di “Marziale Siciliano”. Purtroppo, di buona parte della sua produzione manoscritta ci sono giunti soltanto i titoli delle opere (Lu spitali di li pazzi, Lu viaggiu a li Campi Elisi, etc) ma non i testi. Un quadernetto manoscritto dal titolo Uttavi di don Vincenzu Cardili è stato rinvenuto nella Biblioteca comunale di Palermo.
Gli ultimi anni di Cardile furono un lento declino tra i parossismi della gotta, la solitudine di una misera abitazione — la “grutta”, come lui la chiamava — e la povertà materiale, sintetizzata dal suo amaro motto: “lu nenti l’aiu, mi manca la cosa”. La sua scomparsa, avvenuta durante la calamità colerica, privò la Sicilia di una figura di rilievo, annoverabile tra i maggiori poeti in lingua siciliana del tempo.
A 189 anni di distanza dalla sua morte, la memoria di Vincenzo Cardile merita di essere rinvigorita. I suoi versi, oggi difficilmente accessibili, attendono di essere ripubblicati e divulgati. Risvegliare l’eco del Cardile sarebbe un tassello importante per riaccendere la luce su un’intera e preziosa tradizione letteraria in lingua siciliana che, troppo spesso relegata ai margini, reclama la dignità che merita.
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