La Regione Siciliana ha stanziato 54 milioni di euro – 18 per ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028 – per incentivare il cosiddetto south working: contributi a fondo perduto fino a 30.000 euro per ogni lavoratrice e lavoratore assunti a tempo indeterminato da imprese con unità produttiva fuori dalla Sicilia, che svolgano la propria prestazione in smart working dal territorio regionale per almeno cinque anni. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga di cervelli e favorire la conciliazione tra vita e lavoro.
È un obiettivo condivisibile, e vale la pena dirlo. La Sicilia perde ogni anno migliaia di giovani – spesso le più formate e i più intraprendenti – che emigrano verso il Nord Italia o l’estero non per scelta, ma per necessità. Il lavoro agile, diffusosi strutturalmente dopo la pandemia, ha aperto la possibilità concreta di restare dove si vuole vivere, lavorando per chi offre condizioni migliori. Sostenere questa possibilità con risorse pubbliche, favorire la conciliazione tra vita e lavoro in una regione dove i servizi di cura sono spesso carenti e i salari bassi, è una direzione giusta. La domanda non è sull’obiettivo, ma sul meccanismo scelto per raggiungerlo.
Prima domanda: perché le risorse pubbliche siciliane vanno a imprese non siciliane?
Il bando è esplicito: l’unità produttiva per la quale la lavoratrice o il lavoratore opera non deve ricadere nel territorio della Regione Siciliana. In altre parole, le cooperative, le imprese sociali, le PMI radicate nell’isola sono escluse per definizione. La beneficiaria del contributo non è chi lavora, né l’economia locale: è un’azienda con sede da Villa San Giovanni in su, o all’estero.
Carmelo Traina, uno dei coordinatori del “Patto per restare”, ha osservato che «il contributo pubblico va a imprese che decidono, crescono, producono valore altrove». Il rischio è concreto: si finanzia una presenza temporanea, senza costruire radicamento produttivo. La lavoratrice o il lavoratore spende in Sicilia il proprio stipendio – affitto, spesa, servizi – ma il valore aggiunto, le decisioni strategiche, la crescita dell’impresa restano altrove. E alla scadenza dei cinque anni, «con quale interesse un’azienda esterna dovrebbe trattenere questi lavoratori in Sicilia? L’incentivo dura cinque anni».
Seconda domanda: cosa si fa per la cooperazione e per l’economia sociale?
Le cooperative siciliane – nei settori culturale, turistico, sportivo – svolgono una funzione che va ben oltre quella economica. Contrastano la povertà educativa, presidiano le periferie con lo sport popolare, promuovono un turismo di comunità e sostenibile, garantiscono partecipazione culturale in una delle regioni italiane in cui si partecipa meno. Agiscono spesso in contesti vulnerabili e di diseguaglianze croniche. Lo fanno spesso in condizioni di fragilità strutturale, aggravate dai cronici ritardi nei pagamenti da parte degli enti locali: un problema sistemico che sottrae liquidità, ostacola la programmazione e mette a rischio la continuità occupazionale.
Le cooperative sono, per natura giuridica e vocazione, organismi radicati nel territorio: nascono da chi abita quei luoghi, ne condividono i bisogni, ne conoscono le risorse. Una socia lavoratrice di una cooperativa turistica del ragusano, un operatore culturale di un’impresa sociale dei Nebrodi, una collaboratrice di un’associazione sportiva in una periferia palermitana potrebbero benissimo svolgere parte delle proprie mansioni in modalità agile – non necessariamente in sede, ma distribuite sul territorio dell’isola. La conciliazione tra vita e lavoro, insieme ai livelli salariali, è uno degli elementi più critici per il benessere delle socie e dei soci lavoratori delle cooperative: strumenti come questo avrebbero potuto incidere davvero su quella qualità del lavoro che si dichiara di voler migliorare.
Perché, allora, non estendere la misura anche a imprese con unità produttiva in Sicilia, purché garantiscano modalità di lavoro agile strutturate e contratti stabili? La domanda non è retorica ma invita ad una scelta di campo, che riveli quale idea di sviluppo si ha in mente. Se l’obiettivo è davvero trattenere chi vuole restare, e farlo lavorare bene, allora bisogna anche investire su chi in Sicilia già produce, già assume, già costruisce comunità – spesso senza che nessuno la paghi per farlo.
Francesco Mannino, Presidente Confcooperative Cultura, Turismo Sport Sicilia
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