L’identità é valore incommensurabile, il prodotto può essere copiato, l’identità di un territorio no, per fare questo le De.Co sono uno strumento unico.

I Custodi dell’identità territoriale e gli ambasciatori dell’identità territoriale sono destinati ad assolvere a un ruolo fondamentale, comunicare e far conoscere il territorio, il quale assume un importanza crescente anche nei confronti del visitatore, e del viaggiante, che ritrova nel prodotto, un insieme di valori, ivi compresi quelli identitari.


I baci panteschi: un dolce che racconta Pantelleria

Tra i muretti a secco e le onde che si infrangono sulle rocce nere, sull’isola di Pantelleria nasce un dolce che sa di vento, di festa e di memoria: i baci panteschi. Un nome romantico, una forma elegante, un sapore che racconta storie e identità.

Pantelleria non è soltanto un lembo di terra sospeso tra la Sicilia e l’Africa: è un laboratorio culturale a cielo aperto, un luogo dove la natura impervia e la mano dell’uomo hanno creato un paesaggio unico, oggi riconosciuto anche dall’Unesco per la pratica agricola della vite ad alberello, simbolo di resilienza e ingegno. Su quest’isola il cibo non è mai soltanto nutrimento, ma rito, appartenenza, e resistenza culturale.

I baci panteschi nascono proprio in questo crocevia di civiltà, dove il Mediterraneo è stato da sempre ponte di scambi. Semplici eppure scenografici, uniscono la sapienza delle nonne al desiderio di celebrare la bellezza del quotidiano. Un tempo erano riservati alle grandi occasioni – matrimoni, battesimi, feste patronali – oggi sono diventati il dolce identitario per eccellenza dell’isola.


Le origini: tra leggende e contaminazioni

Le origini dei baci panteschi sono avvolte nel mistero, proprio come molte preparazioni popolari tramandate oralmente. Non esistono fonti certe che ne attestino la nascita, ma due ipotesi principali animano la memoria collettiva.

Da una parte, l’idea che si tratti di una rielaborazione di dolci nordafricani, come le zlebia o altri fritti decorativi leggeri e mielati. Pantelleria, protesa verso la Tunisia, ha assorbito nel tempo influssi arabi e berberi che hanno lasciato tracce indelebili nel linguaggio, nell’architettura, nelle colture e nelle tavole. Lo stesso ferro a forma di fiore usato per creare le cialde ricorda strumenti simili diffusi in Nord Africa e Medio Oriente.

Dall’altra, una teoria più autoctona sostiene che i baci siano frutto dell’inventiva isolana, nati nelle famiglie contadine o forse nei monasteri, come variazione pantesca delle ferratelle abruzzesi o come cugini dei cannoli siciliani. Un dolce che, pur riecheggiando influenze esterne, si radica nei prodotti del territorio: la ricotta di pecora, lo zucchero, la scorza d’agrumi.

Il nome stesso, “bacio”, sembra evocare la fusione di due metà croccanti unite da un cuore morbido: un’immagine di amore, di unione, di comunità.


La magia del ferro e la ricetta

Preparare un bacio pantesco non significa solo seguire una ricetta, ma compiere un rito. Servono farina, uova, latte, olio e soprattutto il ferro a fiore, che scaldato nell’olio bollente e immerso nella pastella crea la tipica cialda dorata e sottile. Una volta pronta, viene accoppiata con un’altra e farcita di ricotta dolce aromatizzata con scorza di limone o arancia, talvolta arricchita con gocce di cioccolato. Una spolverata di zucchero a velo completa l’opera: due metà che combaciano perfettamente, proprio come un bacio.

Ogni famiglia custodisce la propria variante: chi aggiunge cannella, chi sostituisce il latte con vino bianco o latte di mandorla, chi osa persino una versione salata. Questa pluralità di varianti è la prova che i baci panteschi non sono solo un dolce, ma un linguaggio identitario che ogni casa interpreta secondo il proprio vissuto.


Simbolo di un patrimonio

I baci panteschi resistono al tempo. Oggi si trovano nelle pasticcerie e nei ristoranti, ma il loro sapore autentico resta quello delle cucine domestiche, delle mani infarinate, delle ricette raccontate più che scritte.

 In questo senso, si inseriscono pienamente nella filosofia dei Borghi Genius Loci De.Co., come parte integrante di un patrimonio immateriale fatto di memoria, paesaggio e comunità.

I baci panteschi diventano così un simbolo di identità territoriale: un dolce che, come i capperi o lo zibibbo dell’isola, non è soltanto eccellenza gastronomica, ma racconto vivente di un popolo. In questa prospettiva, chi custodisce la ricetta, chi la tramanda e chi la reinventa oggi si fa Custode dell’identità territoriale, testimone di un’eredità che unisce generazioni e che dialoga con il mondo senza smarrire le radici.


Un gesto d’amore mediterraneo

Assaporare un bacio pantesco significa compiere un viaggio: tra i dammusi bianchi che punteggiano il paesaggio lavico, i vigneti terrazzati di zibibbo, e la luce intensa del tramonto sul mare. È croccante come le rocce vulcaniche, morbido come la brezza che porta profumi di mare e di origano.

Più che un dolce, è un gesto d’amore. Un amore che nasce in una piccola isola ma che parla al Mediterraneo intero: di scambi, di contaminazioni, di resistenza culturale. Un amore che, come il nome stesso suggerisce, si dona con un bacio.


Come diventare un Borgo Genius Loci De.Co.?

Per ottenere questo riconoscimento, un comune deve dimostrare di possedere determinate caratteristiche:

Un’identità forte e riconoscibile.

Prodotti o processi produttivi originali e legati al territorio.

Un’attenzione alla valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale.

Una volontà di coinvolgere la comunità locale nei progetti di sviluppo.

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