Un secondo missile balistico iraniano è stato abbattuto sopra il territorio turco nel giro di una settimana. Il Ministero della Difesa di Ankara ha comunicato che il vettore è stato “tempestivamente intercettato e neutralizzato dalle forze di difesa aerea e missilistica della NATO sopra il distretto di Sahinbey a Gaziantep“, come confermato dal direttore della comunicazione della presidenza turca Burhanettin Duran in una dichiarazione pubblicata su X.

La settimana precedente, le stesse forze avevano già abbattuto un presunto missile iraniano mentre si avvicinava allo spazio aereo turco nel Mediterraneo orientale.

Ankara ha rilanciato l’avvertimento già formulato in precedenza: “Ribadiamo ancora una volta con forza il nostro avvertimento a tutte le parti, in particolare all’Iran, di astenersi da azioni che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza regionale e mettere a rischio i civili”. Un messaggio diretto, senza margini di ambiguità diplomatica.

Tajani: “Non ci sono ancora le ragioni per l’Articolo 5”

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto in un punto stampa alla Farnesina, ha risposto direttamente alla domanda sull’eventuale attivazione dell’Articolo 5. “Vedremo che cosa diranno i turchi” se il missile fosse davvero diretto verso il loro territorio, ha detto, “ma ora serve prudenza”. Ha poi aggiunto: “Bisogna sempre essere molto prudenti ed evitare un’escalation; siamo solidali con la Turchia, esprimiamo vicinanza e amicizia al popolo turco, ma mi auguro che qualsiasi scelta venga fatta con grande prudenza”.

La posizione è stata poi precisata ulteriormente: “Non credo che ora ci siano ancora le ragioni per l’applicazione dell’Articolo 5; siamo intervenuti a sostegno di Cipro; vedremo quali richieste faranno dalla Turchia, però cerchiamo di muoverci con grande circospezione proprio per evitare l’escalation”.

Cosa dice davvero l’Articolo 5: nessun automatismo, ma un impegno vincolante

La clausola è nota a tutti per la sua sintesi: “uno per tutti, tutti per uno”. Il testo ufficiale è più articolato. L’Articolo 5 recita: “Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale”.

Il punto dirimente è in quella frase: “l’azione che giudicherà necessaria“. Si tratta di un obbligo politico e morale, ma non vincolante in termini di risposta militare automatica. Ogni Paese membro decide autonomamente il contributo da fornire — può essere militare, diplomatico, logistico o di intelligence — e lo coordina con gli alleati in sede NATO. Quando l’Articolo 5 fu redatto, alla fine degli anni Quaranta, i Paesi europei cercarono di ottenere un impegno vincolante da parte degli Stati Uniti a intervenire in caso di attacco. Washington rifiutò un automatismo militare, preferendo una formulazione più flessibile, che lasciasse spazio alla valutazione caso per caso. Quella scelta è ancora oggi la struttura giuridica su cui si regge la clausola.

Le due condizioni che devono verificarsi prima che scatti

L’attivazione della difesa collettiva non avviene in automatico: occorrono due condizioni politiche e giuridiche fondamentali. Prima, gli alleati devono riconoscere che un determinato evento costituisce davvero un “attacco armato” ai sensi del Trattato — per esempio un bombardamento, un lancio di missili, un’invasione di truppe. Seconda, lo Stato colpito deve richiedere o comunque accettare l’assistenza sotto l’ombrello dell’Articolo 5; in teoria, potrebbe anche scegliere altre strade, come una risposta bilaterale o solo diplomatica.

La valutazione della prima condizione è, per definizione, politica. Sono i governi alleati, riuniti nel Consiglio Atlantico, a decidere se un certo evento rappresenta davvero un attacco armato tale da giustificare la difesa collettiva, oppure “solo” una minaccia o provocazione grave da trattare con l’Articolo 4.

Nel caso dei missili iraniani sulla Turchia, entrambe le condizioni restano aperte. Ankara non ha formalmente richiesto l’attivazione della clausola. E il Consiglio Nord Atlantico non si è ancora pronunciato sulla natura giuridica degli episodi. È questa la ragione per cui Tajani usa la parola “vedremo”.

Una sola attivazione in 75 anni: l’11 settembre 2001

Nella storia della NATO, l’Articolo 5 è stato attivato una sola volta. Accadde dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle di New York e il Pentagono. Il giorno successivo, il Consiglio Nord Atlantico riconobbe che si trattava di un attacco armato contro gli Stati Uniti e quindi contro tutti gli alleati. Ne seguì l’operazione in Afghanistan, che nel momento di massimo sforzo superò i 100.000 militari e durò fino al 2014.

Quella singola occasione mostra piuttosto chiaramente come l’attivazione dell’Articolo 5 non soltanto sia oggetto di consultazioni e deliberazioni, ma anche che queste deliberazioni richiedono un certo tempo. Non fu una risposta automatica delle prime ore: ci volle un processo di verifica, riconoscimento formale e deliberazione del Consiglio prima che l’impegno collettivo diventasse operativo.

Il confronto con la situazione attuale è illuminante. Gli attacchi missilistici iraniani sulla Turchia sono stati intercettati prima di causare danni. Non ci sono vittime sul territorio NATO. La natura dei vettori — se diretti deliberatamente contro la Turchia o deviati durante le operazioni nel Golfo — è ancora oggetto di verifica tecnica. Lo scenario più probabile per ora è la gestione diplomatica, la verifica tecnica e nessuna immediata mobilitazione collettiva.