Un mese dall’inizio del conflitto in Medio Oriente basta per misurare l’impatto sui mercati energetici italiani. Il gas ha guadagnato 26 euro per MWh dall’avvio delle ostilità — una crescita dell’81 per cento. L’energia elettrica ha superato i 148 euro per MWh, con un rialzo del 38 per cento rispetto ai livelli precedenti.

Per tradurre questi numeri in cifre concrete: le stime CGIA di Mestre del 28 marzo stimano rincari complessivi da 15,2 miliardi di euro nel 2026 rispetto al 2025 — 10,2 miliardi sull’elettricità e 5 miliardi sul gas.

La famiglia tipo italiana, secondo le elaborazioni di Facile.it aggiornate al 25 marzo, potrebbe spendere 2.952 euro l’anno tra luce e gas: il 21,5 per cento in più rispetto alle previsioni fatte prima dello scoppio del conflitto, quando la stima era di 2.427 euro.

La differenza è 525 euro in più su base annua. Non è ancora il 2022 — ma la traiettoria preoccupa.

I numeri del rincaro

I mercati energetici hanno già reagito con forza: il prezzo del gas è aumentato di 26 euro per MWh (+81%), mentre quello dell’energia elettrica è salito di 41 euro per MWh (+38%).

Secondo le stime CGIA, ipotizzando consumi 2025-2026 in linea con quelli del 2024, i rincari potrebbero raggiungere 15,2 miliardi di euro: 10,2 miliardi sull’energia elettrica e 5 miliardi sul gas.

Le stime di Facile.it aggiornate al 25 marzo 2026 indicano un aumento medio di 477 euro per il gas e 153 euro per l’energia elettrica, portando il totale annuo della spesa energetica a 2.952 euro per famiglia — un incremento del 21,5% rispetto ai 2.427 euro previsti inizialmente per il 2026 prima dell’escalation geopolitica.

I calcoli si basano sui consumi di una famiglia tipo: 2.700 kWh annui per l’elettricità e 1.400 smc per il gas. Un’avvertenza importante: l’impatto sarà per chi ha un contratto con tariffa indicizzata.  I consumatori che hanno una tariffa fissa non subiranno aumenti fino, almeno, alla scadenza del contratto attualmente attivo.

Imprese più colpite delle famiglie

La ripartizione del peso stimato dalla CGIA rivela che il settore produttivo è il più esposto. Su 15,2 miliardi totali di rincari, 9,8 miliardi ricadono sulle imprese e 5,4 miliardi sulle famiglie. Qualora nelle prossime settimane la situazione in Medio Oriente dovesse deteriorarsi, appare evidente che l’Unione Europea e il Governo italiano saranno chiamati a intervenire con misure mirate al contenimento degli aumenti.

Il contesto attuale, sebbene diverso rispetto al primo mese del conflitto in Ucraina, non consente di trascurare i potenziali effetti di un eventuale prolungamento delle ostilità.

Le PMI, già sotto pressione dall’inflazione al +1,5%, vedono congelare investimenti e competitività. Settori energivori come automotive, chimica e meccanica pagheranno il prezzo più alto, con distretti produttivi a rischio. Confartigianato ha stimato che la guerra in Iran mette a rischio 27,8 miliardi di export manifatturiero verso l’area del Golfo.

La mappa regionale dei rincari

La distribuzione dell’impatto segue la concentrazione produttiva e demografica del Paese. Secondo la CGIA, la Lombardia è la regione più colpita con un aumento complessivo stimato in 3,4 miliardi di euro, seguita da Veneto ed Emilia-Romagna con circa 1,7 miliardi ciascuna, Piemonte con 1,3 miliardi e Toscana e Lazio con circa 1 miliardo.

Il confronto con il 2022: situazione diversa, rischi diversi

La situazione, seppur preoccupante, è comunque molto diversa da quanto successe dopo l’invasione dell’Ucraina. Se nel 2022 la media del prezzo del gas toccò i 123,5 euro per MWh e il prezzo dell’energia elettrica si stabilizzò addirittura a 303 euro per MWh, oggi il gas è quotato a quasi 58 euro per MWh e l’energia elettrica supera i 148 euro per MWh.

I livelli attuali sono circa la metà dei picchi del 2022. La differenza strutturale più rilevante è che l’Italia e l’Europa hanno nel frattempo diversificato le forniture di gas — riducendo la dipendenza dalla Russia e aumentando le importazioni di GNL dagli Stati Uniti e dalla Norvegia.

L’Unione europea dipende per quasi il 70% nelle forniture di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti (64%) e dalla Norvegia (5%), con quota ridotta dal Qatar e dalla Nigeria.

Il rischio principale nel caso iraniano non è la disponibilità di gas, ma la volatilità dei prezzi legata al possibile blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del commercio mondiale di petrolio e GNL.

Il Decreto Bollette e i suoi limiti

Il governo ha risposto alla crisi con il Decreto Bollette, ma la stabilità del provvedimento è oggi messa in discussione dall’impatto della crisi mediorientale sui prezzi all’ingrosso. Gli interventi previsti, finanziati con 5 miliardi di euro, rischiano di essere insufficienti di fronte allo scenario delineato.

Per le famiglie in difficoltà economica il bonus straordinario previsto è di 115 euro — meno dei 200 euro dell’anno precedente. Il governo ha dichiarato di non avere in programma nuovi aiuti oltre a quelli già previsti dal decreto Energia.

La CGIA osserva che appare indispensabile rafforzare le risorse stanziate, poiché i 3 miliardi di euro previsti rischiano di non essere sufficienti a scongiurare che un eventuale shock energetico si traduca in una crisi sociale ed economica di vasta portata.

Sul tavolo restano misure già sperimentate nel 2022: tetto al prezzo del gas, sospensione temporanea degli oneri di sistema, crediti d’imposta per le imprese energivore e il dibattuto disaccoppiamento tra prezzo del gas e prezzo dell’elettricità.