Negli Stati Uniti Brenda Andrew, oggi 62 anni, è stata giudicata colpevole di omicidio volontario aggravato per aver fatto uccidere il marito Robert Andrew (nella foto in evidenza) nel novembre del 2001. Secondo l’accusa, il delitto sarebbe stato pianificato per permetterle di vivere liberamente la relazione con il suo amante e complice, James Pavatt, e per incassare una cospicua polizza assicurativa sulla vita.
Dopo oltre vent’anni di battaglie legali, ricorsi e colpi di scena, la donna si trova ora nuovamente a rischio esecuzione. Una decisione che arriva nonostante una sentenza della Supreme Court abbia riconosciuto che durante il processo originale Brenda Andrew fu oggetto di una vera e propria gogna morale.
L’omicidio di Robert Andrew: il delitto che sconvolse l’Oklahoma
Robert Andrew aveva 31 anni quando venne assassinato nel garage della sua abitazione, in Oklahoma, il 20 novembre 2001. Era un dirigente pubblicitario della società Jordan Associates e stava attraversando una fase difficile della sua vita privata.
Poche settimane prima della morte, la moglie Brenda aveva avviato le pratiche per il divorzio. Un segnale che, col senno di poi, molti investigatori considerarono un primo tassello di un disegno più ampio.
Robert, però, non era ignaro dei pericoli che lo circondavano. Nell’ottobre del 2001 aveva presentato una denuncia alla polizia, sostenendo che James Pavatt, amico di famiglia e assicuratore, aveva manomesso i freni della sua auto e cercato di attirarlo su un’autostrada. Agli agenti disse chiaramente di sospettare che tra sua moglie e Pavatt ci fosse una “relazione”.
All’inizio di novembre, pochi giorni prima dell’omicidio, Robert presentò una seconda denuncia. In quell’occasione parlò apertamente di un possibile complotto per ucciderlo e incassare una polizza assicurativa di circa 800.000 dollari, pari a circa 740.000 euro al cambio attuale. Consegnò anche una registrazione con due telefonate sospette in cui gli veniva chiesto di recarsi in ospedale il 19 novembre 2001.
Il giorno successivo, Robert Andrew venne trovato morto, colpito a colpi di pistola nel garage di casa.
La versione di Brenda e la fuga in Messico
Brenda Andrew, all’epoca 38enne, riportò solo una ferita superficiale da arma da fuoco a un braccio. Raccontò alla polizia che due uomini incappucciati avevano fatto irruzione in casa, aprendo il fuoco contro di loro.
La versione, fin dall’inizio, sollevò dubbi tra gli investigatori. A rafforzarli fu un comportamento che attirò l’attenzione dell’opinione pubblica: meno di una settimana dopo l’omicidio, Brenda e James Pavatt fuggirono in Messico insieme ai figli della donna, Tricity Marie e Parker Bryce, saltando anche il funerale di Robert.
Dopo aver esaurito il denaro a disposizione, i due rientrarono negli Stati Uniti alcuni mesi più tardi. Vennero arrestati al confine e messi sotto accusa.

Brenda Andrew e James Pavatt
La confessione dell’amante e il processo del 2004
James Pavatt, oggi 72enne, confessò di essere stato lui a sparare a Robert Andrew. La confessione arrivò più di un anno dopo che l’uomo aveva venduto alla vittima la polizza assicurativa sulla vita.
Secondo l’accusa, Pavatt avrebbe agito su istigazione di Brenda Andrew. Nel 2004, l’Oklahoma County District Court stabilì che la donna fosse responsabile del delitto e la condannò per omicidio aggravato, reato che nello Stato dell’Oklahoma può comportare la pena di morte.
Durante il processo, la difesa sostenne che Brenda fu trasformata in un “mostro morale” davanti alla giuria. Un’argomentazione che, anni dopo, avrebbe trovato ascolto nei giudici della Corte Suprema.
Il nodo del processo: sesso, moralismo e pregiudizi
Brenda Andrew ha sempre contestato la sua condanna, affermando di essere stata dipinta come una “deviata sessuale” e una madre inadeguata, piuttosto che giudicata sui fatti.
Nel 2024, una sentenza della Supreme Court, con un verdetto di 7 voti contro 2, le ha dato parzialmente ragione. La Corte ha stabilito che durante il processo furono introdotte prove irrilevanti e fortemente pregiudizievoli.
Nella decisione, i giudici hanno scritto: “Lo Stato ha trascorso una quantità significativa di tempo al processo introducendo prove sulla vita sessuale di Andrew e sui suoi presunti fallimenti come madre e moglie, molte delle quali ha successivamente ammesso essere irrilevanti. Tra le altre cose, l’accusa ha sollecitato testimonianze sui partner sessuali di Andrew risalenti a vent’anni prima; sugli abiti che indossava per andare a cena o fare la spesa; sulla biancheria intima che metteva in valigia per le vacanze; e sulla frequenza con cui aveva rapporti sessuali in auto”.
Per questo motivo, la Corte Suprema aveva ordinato a un tribunale d’appello di riesaminare il caso nel 2025.
La svolta: la condanna confermata e la pena di morte
Nonostante l’intervento della Corte Suprema, il tribunale di circuito ha deciso all’unanimità di confermare la condanna di Brenda Andrew. Una decisione che riapre la strada alla pena di morte.
In termini pratici, la sentenza significa che, almeno per ora, la donna potrà essere giustiziata secondo le leggi vigenti dell’Oklahoma.
La testimonianza dal carcere
A pesare sulla posizione di Brenda Andrew c’è anche la testimonianza di una detenuta che condivise con lei la cella nel centro di detenzione della contea di Oklahoma. La donna dichiarò che Brenda le avrebbe confessato il proprio coinvolgimento nell’omicidio del marito.
La difesa ha sempre messo in discussione l’attendibilità di questa dichiarazione, sottolineando come spesso le testimonianze carcerarie possano essere influenzate da interessi personali o benefici giudiziari.
Un caso che divide l’opinione pubblica
Il caso Brenda Andrew continua a dividere. Da un lato c’è chi ritiene che la donna sia colpevole e che la giustizia debba fare il suo corso. Dall’altro, chi vede nella sua vicenda l’esempio di un processo viziato da moralismo e stereotipi di genere.
Lo sapevi che…?
- L’Oklahoma è tra gli Stati americani con il più alto numero di esecuzioni capitali.
- La Corte Suprema interviene raramente nei casi di pena di morte sui profili legati ai pregiudizi morali.
- Le prove considerate “irrilevanti ma pregiudizievoli” sono uno dei motivi più frequenti di annullamento dei processi negli USA.






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