«Basta dire ‘ma erano anziani’. Erano prima di tutto persone». Lo ha scritto Rita Dalla Chiesa su Twitter. E ha ragione, naturalmente. Da quando è esplosa l’epidemia di Coronavirus in Italia e soprattutto da quando sono state date le tristi notizie dei decessi, non pochi sui social media hanno cominciato a sminuirli, attaccando finanche i giornali e i giornalisti, come successo pure a BlogSicilia.

La colpa? A morire sono stati anziani, alcuni dei quali con un tumore e, quindi, ricoverati nei reparti di oncologia degli ospedali in cui si sono spenti.

Cattiverie, tra l’altro pure con una buona dose di ignoranza. Ma c’è anche qualcosa di più. Un modo vigliacco di affrontare la paura di un virus che, ricordiamo, non ha ancora un vaccino e non lo avrà almeno per 6 – 12 mesi: negare l’evidenza, ovvero che il COVID-19 è stato molto probabilmente il ‘colpo di grazia’ per chi ha perso la vita. Quell’elemento in più che ha contribuito alla morte di persone con il sistema immunitario già compromesso e, quindi, vulnerabile alla minaccia così nuova da non sapere al momento come affrontarla in maniera radicale.

Poi, è emerso anche dell’altro. Innanzitutto, come se essere ricoverati in oncologia significhi automaticamente avere subito una sentenza di morte. E, ovviamente, non è così. Inoltre, c’è la terribile convinzione che a 80 anni o più sia normale morire. Dimenticando che dietro a un uomo o una donna di quella età c’è una vita che se n’è andata e ci sono familiari che la stanno piangendo. Di certo nessuno, di fronte alla perdita di un nonno o di un padre, di una nonna o di una madre, mal tollererebbe qualcuno che gli ricordi che tanto erano ‘vecchi’, per giunta malati.

Sì, Rita Dalla Chiesa ha ragione. Ed è incredibile doverlo sottolineare perché il senso di umanità dovrebbe avere in sé quello della pietà e del rispetto per la vita e per la morte. Invece, il Coronavirus ha fatto ancora una volta emergere uno dei lati più turpi dell’essere umano: la codardia che si traveste di approssimazione.