Tra le vittime del coronavirus c’è anche il 34enne Emanuele Renzi, che si è spento nella notte tra sabato e domenica al Policlinico di Tor Vergata, a Roma: è la vittima più giovane registrata nel Lazio.

Come riportato dal Corriere della Sera, il padre del giovane ha detto: «Stava bene! Nessuna malattia! Mio figlio aveva un fisico integro, perfetto. Da sportivo. Era sanissimo, non fumatore…». Emanuele, dipendente di un call center ed ex studente d’Ingegneria, era il papà di un bambino di sei anni.

A non dare speranza al 34enne una «crisi respiratoria, intervenuta nel reparto di terapia intensiva, legata a un improvviso aggravamento del quadro clinico». Tuttavia, in attesa dell’autospia, un parente, che ha scelto di restare anonimo, ha detto: «Emanuele è morto perché in ospedale è arrivato in ritardo. I primi sintomi sono stati sottovalutati».

Per quanto concerne le ipotesi del contagio, l’Unità di crisi Covid-19 della Regione Lazio ha diffuso una nota: «Proveniva da un viaggio in Spagna. […] Dall’indagine epidemiologica svolta dal servizio di prevenzione della Asl Roma 2 emerge che il ragazzo, che lavorava in un call center, era stato a Barcellona dal 6 all’8 marzo e il 9 marzo è stato il suo ultimo giorno di lavoro e poi si era posto in auto isolamento, ha mostrato i primi sintomi di febbre il giorno 11 e il 16 è stato trasferito, su indicazione del suo medico, in ambulanza e ricoverato al Policlinico di Tor Vergata dove entrava in terapia intensiva».

E un altro parente, residente a Cave (la località dove abitano i genitori della vittima, nella città metropolitana di Roma), ha raccontato: «Non lo vedevo da tanto, ormai la sua vita era a Roma. Emanuele dopo il liceo scientifico aveva frequentato Ingegneria, ma non era arrivato alla laurea. Aveva trovato lavoro e avuto un bambino con la sua compagna. Di recente era stato a Barcellona, penso per vacanza…».

Come si apprende da IlGiornale.it, il dramma di Emanuele è cominciato l’11 marzo quando ha cominciato ad avvertire i primi  sintomi. Il 9 è andato a lavorare negli uffici di Youtility, call center in zona Settecamini, dov’era impiegato da otto anni. Dal 10 marzo, poi, è cominciato l’isolamento domestico, terminato sei giorni dopo quando il medico di famiglia ha disposto il ricovero in ospedale. Dopo sei giorni di agonia, il cuore del 34enne ha smesso di battere.