Fu tutto e il contrario di tutto, la Democrazia Cristiana. Il partito che guidò l’Italia per ben cinquant’anni tra luci e ombre, espressione di equilibrio e mediazione ma anche talvolta di legami spregiudicati, dell’unità dei cattolici ma anche delle correnti, della sagacia e dell’accortezza politica ma anche dell’esercizio di un potere che alla lunga, a dispetto di quel che diceva uno dei suoi maggiori esponenti, logora, degenera, soggiace a processi corrutivi.

In “Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito” edito da Sellerio Marco Follini fa i conti col passato, col suo di democristiano, e con quello di tutti gli italiani che vissero la lunga stagione politica nella quale la Dc fu protagonista e che oggi, in un’epoca in cui l’afflato ideologico si è affievolito e la comunicazione (anche la più becera) vale più d’ogni altra cosa, sembra assai più lontana di quanto non lo sia stata.

Follini, dando alle stampe “Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito”, non dà vita a un’operazione di nostalgia, sebbene la nostalgia per il passato sia un sentimento assai diffuso in tutti gli uomini e l’attualità politica, obiettivamente assai deludente, ci faccia guardare al passato con qualche rimpianto.

Sulla nostalgia, nel suo saggio, prevale lo spirito di autocritica. Al quale si accompagnano alcune riflessioni sulle prospettive della politica. Secondo l’angolo visuale di un democristiano che non rinnega il suo passato e che anzi è orgoglioso della sua identità.

“Non ci siamo mai saputi raccontare”, confessa Follini. Stando alla sua analisi, la Democrazia Cristiana non ha curato come occorreva la propria immagine, e dire che era nata con un simbolo assai evocativo, quello scudo crociato che richiamava, da un lato, le battaglie dei comuni contro Federico Barbarossa, dall’altro la tradizione cattolica.

Per Follini, “il potere, finché è durato, ha contato per noi molto più delle parole”. Tante poi le contraddizioni in un partito che, ponendosi come ago della bilancia della politica italiana e vocato al compromesso, ha cercato di far convivere troppe anime diverse e contrapposte e che ha fatto del cattolicesimo non tanto una linea d’indirizzo etico ma un collante di stampo confessionale funzionale al potere.

Il saggio di Follini si rivela avvincente e stimolante per diversi motivi. Per come è scritto, nella forma cioè di un racconto che appassiona i lettori. Perché la storia della Democrazia Cristiana è anche la storia, non solo politica, di cinquant’anni della vita del nostro Paese. Perché Follini, pur riuscendo a rimanere lucido e per quel che è possibile oggettivo, lascia trasparire la sua partecipazione, a volte – per come sono andate le cose, per ciò che non si è riusciti a realizzare- dolente.