Poche ore dopo l’attacco iraniano alle basi militari statunitensi in Iraq, con la ricezione di informazioni più precise, si ha subito avuto la sensazione che Teheran avesse reagito non con l’obiettivo di ‘svegliare il gigante che dorme’ ma di ‘pareggiare’ i conti per la propria immagine interna, dopo i proclami e i funerali pomposi e sovraffollati del generale Qasem Soleimani.

Secondo fonti statunitensi, infatti, l’Iran avrebbe volontariamente scelto di non colpire direttamente le basi militari ma i dintorni con lo scopo di inviare più un messaggio (di avvertimento?) che di determinare un reale danno tale da scatenare immediatamente una guerra contro quella che, piaccia o non piaccia, è una super potenza militare mondiale.

Insomma, pare che Teheran abbia voluto dire a Washington: «Avremmo potuto farlo e non l’abbiamo fatto». Certo, poi c’è un’altra ipotesi più ‘sconfortante’ per l’Iran, ovvero che abbiano davvero provato a colpire le basi ma senza riuscirsi e ciò porrebbe dei seri interrogativi sulle reali capacità del regime teocratico di colpire gli obiettivi prefissati. Insomma, il classico ‘tutto fumo e niente arrosto’.

Considerazioni che sono state rafforzate dal discorso di Donald Trump alla Nazione di oggi pomeriggio, un ibrido di colomba e falco. Il presidente, infatti, ha annunciato che ci saranno sanzioni contro l’Iran, anche durissime fino a quando non «cambieranno comportamento», ma non una risposta militare se non ci saranno altri attacchi. Inoltre, «nessun americano è stato ferito nell’attacco iraniano. Ci sono stati solo lievi danni alle basi militari». Per Trump, comunque, l’attuale governo iraniano resta una presenza pericolosa e «destabilizzante» nel Medio Oriente.

Insomma, Trump è pronto alla de-escalation così come aveva immediatamente richiesto Teheran dopo l’attacco di ieri notte, minacciando altrimenti di attaccare Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Il passo indietro dell’Iran è stato evidente e gli Usa lo hanno capito e mostrato al mondo.