Nella Repubblica Democratica del Congo l’epidemia di Ebola, scoppiata nella provincia nordorientale dell’Ituri, si sta diffondendo rapidamente in un’area già devastata da conflitti armati, sfollamenti e carenze sanitarie croniche.
Le autorità congolesi hanno deciso di vietare le veglie funebri e gli assembramenti superiori a 50 persone per tentare di rallentare il contagio. Una misura drastica, adottata mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha innalzato da “alto” a “molto alto” il livello di rischio per il Congo.
Secondo il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, sono stati confermati 82 casi e sette morti, ma l’epidemia sarebbe “molto più ampia” rispetto ai numeri ufficiali. I casi sospetti sono già circa 750, mentre i decessi sospetti hanno raggiunto quota 177.
Il virus Bundibugyo e il ritardo nell’identificazione
L’epidemia è legata al raro virus Bundibugyo, una variante dell’Ebola per cui al momento non esiste un vaccino disponibile. Il contagio si è diffuso per settimane senza essere identificato. Le autorità sanitarie avevano inizialmente cercato tracce di una variante più comune del virus Ebola, ottenendo però risultati negativi. Solo successivamente è emersa la presenza del Bundibugyo virus. Il nome deriva dal distretto montuoso di Bundibugyo, nell’Uganda occidentale, dove questa variante fu individuata per la prima volta nel 2007 durante un’epidemia che provocò almeno 37 morti. La scelta del nome continua ancora oggi a generare polemiche in Uganda. Il portavoce del governo ugandese Alan Kasujja ha scritto su X: “Bundibugyo è troppo bella per essere il nome di una malattia. Dobbiamo riprenderci il suo nome da questa follia”.
La situazione in Congo: ospedali senza risorse e villaggi isolati
Nella provincia dell’Ituri, dove si concentra l’emergenza, quasi un milione di persone sono state sfollate a causa dei conflitti armati legati alle risorse minerarie. A Bunia, capoluogo provinciale, i reporter dell’Associated Press hanno trovato centri di emergenza quasi vuoti e personale sanitario costretto a utilizzare mascherine scadute mentre assisteva pazienti sospettati con l’Ebola.
Il ministro degli Esteri congolese Thérèse Kayikwamba Wagner ha dichiarato: “Stiamo cercando di recuperare terreno. È una corsa contro il tempo”. Il tracciamento dei contatti viene considerato la priorità assoluta per contenere il contagio.
L’epidemia raggiunge le aree controllate dai ribelli
Il virus è stato segnalato anche nelle province del Nord Kivu e del Sud Kivu, territori dove il gruppo ribelle M23, sostenuto dal Ruanda secondo Kinshasa, controlla città strategiche come Goma e Bukavu. Il gruppo ribelle ha annunciato la creazione di una task force sanitaria per affrontare l’epidemia.
Kayikwamba Wagner ha definito “allarmante” la presenza del virus nelle zone ribelli, spiegando che “l’M23, indipendentemente dalle sue ambizioni, non è minimamente attrezzato” per gestire una crisi sanitaria di questo livello.
Funerali vietati e tensioni con la popolazione
Uno degli aspetti più delicati riguarda le restrizioni imposte sui funerali. I corpi delle vittime di Ebola possono, infatti, essere altamente contagiosi durante la preparazione della sepoltura.
Le autorità sanitarie stanno cercando di gestire direttamente le sepolture sicure, ma la misura sta provocando tensioni nelle comunità locali.
A Rwampara un centro per il trattamento dell’Ebola è stato incendiato da alcuni giovani infuriati dopo che era stato impedito loro di recuperare il corpo di un amico morto probabilmente a causa del virus.
Julienne Lusenge, presidente dell’associazione Women’s Solidarity for Inclusive Peace and Development, ha spiegato che molta rabbia nasce dalla disinformazione. “Abbiamo vissuto anni e anni di conflitti e difficoltà, quindi le voci si diffondono facilmente”. Secondo Lusenge, alcune chiese starebbero dicendo ai fedeli che l’epidemia è falsa e che la protezione divina rende inutili le cure mediche.
Il dolore delle famiglie separate dalle vittime
A Mongbwalu, cittadina mineraria dell’Ituri considerata il possibile epicentro dell’epidemia, Lokana Moro Faustin ha perso la figlia di 16 anni. “All’inizio pensavamo fosse malaria. Poi sono arrivati vomito, febbre alta, sanguinamento dal naso e diarrea emorragica”. La ragazza è morta il 15 maggio. Il corpo è stato trasferito direttamente al cimitero da squadre specializzate per una sepoltura protetta. Faustin non ha potuto salutare la figlia perché si trovava in isolamento. “Mi ha fatto male vedere mia figlia sepolta da persone che non erano della famiglia”.
Nel frattempo, a Bunia, il responsabile di una falegnameria che produce bare, Christian Djakisa, racconta che le richieste sono aumentate senza sosta: “Siamo qui ogni ora a costruire bare”.
L’intervento internazionale e i fondi d’emergenza
Le Nazioni Unite hanno stanziato 60 milioni di dollari dal fondo centrale per le emergenze per accelerare la risposta sanitaria nella regione. Gli Stati Uniti hanno promesso 23 milioni di dollari per sostenere Congo e Uganda, oltre alla creazione di fino a 50 cliniche per il trattamento dell’Ebola. Ma sul campo le difficoltà restano enormi. Lusenge denuncia la mancanza di protezioni basilari nel piccolo ospedale vicino Bunia: “Abbiamo soltanto disinfettante per le mani e poche mascherine per gli infermieri, ma serve molto di più”.
Uganda in allerta: “Non c’è Ebola qui”
L’Uganda sta cercando di evitare che il proprio nome venga associato all’epidemia. Il presidente Yoweri Museveni ha dichiarato che il focolaio si trova “sul lato congolese” e ha invitato gli operatori turistici a contrastare la percezione che il virus si stia diffondendo nel Paese.
Finora l’Uganda ha registrato solo due casi, entrambi legati a cittadini congolesi entrati nel Paese prima della dichiarazione ufficiale dell’epidemia. Museveni ha invitato la popolazione a “smettere di stringersi la mano” e ha rinviato un importante evento religioso previsto vicino Kampala, oltre a sospendere trasporti pubblici e voli tra Uganda e Congo.
Perché il virus Bundibugyo preoccupa così tanto
Gli specialisti considerano questa variante particolarmente insidiosa perché meno studiata rispetto ad altri ceppi di Ebola. Il virologo Tom Ksiazek, dell’Università del Texas, ha spiegato che nelle precedenti epidemie i casi erano stati identificati rapidamente, permettendo una risposta sanitaria efficace. Questa volta, invece, il virus si è diffuso per settimane nei villaggi congolesi prima di essere riconosciuto.
Secondo gli esperti, non esistono vaccini o cure specifiche efficaci contro il Bundibugyo virus. Per questo il tracciamento dei contatti e l’isolamento restano gli strumenti principali per fermare il contagio. L’Organizzazione mondiale della sanità ritiene inoltre che i numeri ufficiali siano ancora sottostimati.
Fonte: Associated Press.






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