Nel 2024 in Italia sono stati notificati 3.150 casi di tubercolosi, pari a 5,3 ogni 100.000 abitanti. Il numero tiene il Paese sotto la soglia della bassa incidenza, e da lì parte la nota con cui Fabrizio Pregliasco interviene sulle infezioni finite nelle cronache delle ultime settimane. Direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Università degli Studi di Milano Statale, past president di Anpas e vicepresidente di Samaritan International, l’esperto definisce il proprio intervento “la risposta epidemiologicamente corretta” a una discussione pubblica che ha collegato tubercolosi e difterite ai flussi migratori.

“I migranti contribuiscono in misura rilevante al numero dei casi di tubercolosi e sono stati coinvolti in specifici focolai europei di difterite, ma non esistono prove che ‘determinino’ da soli la presenza o la diffusione generale di queste malattie in Italia. Nel 2024 in Italia sono stati notificati 3.150 casi, pari a 5,3 per 100.000 abitanti: l’Italia rimane quindi un Paese a bassa incidenza”.

Tubercolosi, il risultato cambia a seconda di come si conta

La parte più delicata della nota riguarda il criterio di conteggio. Lo stesso insieme di casi produce due percentuali molto distanti a seconda che si guardi al luogo di nascita oppure alla cittadinanza. Pregliasco mette le due cifre una accanto all’altra e aggiunge il numero che di solito sparisce dal dibattito: i casi tra persone nate in Italia.

“1.991 casi di tubercolosi, il 63,2%, riguardavano persone nate all’estero. Il tasso era 29,8 per 100.000 tra i nati all’estero, contro 2,2 tra i nati in Italia. Tuttavia, considerando la cittadinanza anziché il luogo di nascita, gli stranieri rappresentavano il 43% dei casi, non il 63,2%. Rimanevano comunque 1.159 casi tra persone nate in Italia. Rapporto del ministero della Salute sulla Tbc 2024. Essere ‘nati all’estero‘ non significa essere migranti appena arrivati. Molti casi derivano dalla riattivazione di un’infezione latente acquisita anni prima, favorita da condizioni quali povertà, sovraffollamento, malnutrizione, precarietà abitativa, difficoltà di accesso ai servizi o ritardo diagnostico. La principale revisione europea di epidemiologia molecolare comprendente 15 studi e 12.366 casi – illustra Pregliasco – ha trovato una trasmissione tra nati all’estero e autoctoni possibile ma limitata e bidirezionale, concludendo che la Tbc nei migranti non esercitava un’influenza significativa sulla Tbc nella popolazione autoctona. Va precisato che gli studi inclusi erano relativi al periodo 1992-2007 e quindi non descrivono integralmente la situazione attuale. Revisione europea sulla trasmissione della Tbc. La conclusione più equilibrata è dunque: la migrazione da Paesi ad alta incidenza modifica il carico epidemiologico italiano della Tbc, ma non equivale a dimostrare una diffusione massiccia dai migranti agli italiani. Lo screening e la presa in carico precoce dei migranti proteggono sia loro sia l’intera comunità. Consensus TBnet 2025“.

La riattivazione di un’infezione contratta anni prima sposta il centro dell’analisi dalla provenienza alle condizioni di vita. Un’infezione latente può restare silente per decenni e riemergere quando il corpo si indebolisce, e le variabili elencate nella nota riguardano l’abitare, il reddito e la possibilità di arrivare a una diagnosi in tempo.

Difterite, il focolaio del 2022 e i tre casi italiani

Sul secondo fronte Pregliasco distingue tra un episodio circoscritto e una tendenza generale.

“Per la difterite – continua l’esperto – esiste una relazione più evidente con alcuni specifici flussi migratori recenti, ma non con l’immigrazione in generale. Nel focolaio europeo del 2022: furono studiati 362 pazienti in dieci Paesi; il 96,1% aveva una migrazione recente, un recente ingresso nel Paese o stretti contatti con popolazioni migranti; il 48,1% viveva in un centro di accoglienza; il 77,5% presentava difterite cutanea; in Italia furono identificati soltanto 3 pazienti”.

E ancora: “le analisi genomiche hanno dimostrato una circolazione transfrontaliera lungo le rotte migratorie e nei contesti di transito e accoglienza. Si tratta quindi di una prova epidemiologica del ruolo della migrazione in quel determinato focolaio, non della responsabilità dei migranti per la presenza generale della difterite in Italia. Studio multicentrico europeo sul focolaio del 2022. L’Ecdc”, European Centre for Disease Prevention and Control “inoltre, non rilevò un’estensione epidemica alla popolazione generale e valutò il rischio molto basso per le persone completamente vaccinate. Nel 2022 l’Italia notificò tre casi, mentre in tutta l’Ue/See ne furono notificati 359 (Ecdc, rapporto difterite 2022). Va ricordato che il vaccino antidifterico protegge soprattutto dagli effetti della tossina e quindi dalla malattia grave, ma non impedisce sempre colonizzazione o infezione batterica”.

Tre casi su 359 nell’intera area europea: la proporzione italiana resta marginale anche nell’anno del picco. La precisazione sul vaccino riguarda un equivoco frequente, perché la protezione dalla tossina non coincide con la protezione dal batterio.

Coperture vaccinali, il dato nazionale che non esiste

Il terzo passaggio smonta una cifra che circola come se fosse verificata: “non esiste una singola copertura nazionale italiana attendibile: i sistemi correnti raramente pubblicano dati disaggregati per status migratorio e molti migranti non dispongono di documentazione vaccinale verificabile. La migliore metanalisi europea, comprendente 39 studi sierologici e 75.089 migranti”, ha così “stimato l’immunità sierologica complessiva per ciascuna malattia: difterite 57,4% (IC 95% 43,1-71,7); morbillo 83,7%; parotite 67,1%; rosolia 85,6%. Per la difterite – puntualizza – i singoli studi variavano dal 27,1% all’82%, con un’eterogeneità elevatissima: il 57,4% non deve quindi essere presentato come “la copertura dei migranti in Italia”.

Accoglienza e accesso ai servizi, il nodo che emerge dagli studi

L’ultima sezione della nota raccoglie tre ricerche, una delle quali condotta nel Mezzogiorno, e arriva a una spiegazione che riguarda l’organizzazione dei servizi più delle scelte individuali.

“Su 1.128 rifugiati nell’Italia meridionale, il 54,8% possedeva livelli anticorpali protettivi contro la difterite – si legge nella nota – Un altro studio italiano in un centro di accoglienza, su 3.941 persone, rilevò che durante la permanenza l’85% ricevette almeno una vaccinazione — 95% dei minori e 85% degli adulti — ma questo dato non equivale al completamento di tutti i cicli. L’offerta immediata all’arrivo aumentò nettamente l’adesione. Un recente studio tedesco su 1.073 richiedenti asilo ha trovato titoli antidifterici non protettivi nel 38%, ma un’accettazione della vaccinazione offerta sul posto pari al 93%: ciò indica che il problema è spesso l’accessibilità e l’interruzione dei programmi vaccinali, più che un rifiuto ideologico – osserva Pregliasco – Per la tubercolosi il dato vaccinale è molto meno informativo: il Bcg protegge soprattutto i bambini dalle forme gravi, ma ha efficacia variabile contro la Tbc polmonare dell’adulto e non impedisce in modo affidabile infezione e trasmissione. Il controllo della Tbc dipende quindi soprattutto da screening, diagnosi, trattamento dell’infezione latente e cura tempestiva dei casi attivi”.

“Esiste” quindi “una maggiore vulnerabilità epidemiologica in alcune popolazioni migranti – conclude l’esperto – ma trasformare questa evidenza in una responsabilità collettiva dei migranti è scientificamente scorretto. Le variabili decisive sono provenienza da aree ad alta endemia, coperture vaccinali incomplete, condizioni di viaggio e accoglienza, povertà e difficoltà di accesso ai servizi”.