Nuovi aggiornamenti dalla guerra in Medio Oriente. Il prezzo del petrolio Brent ha raggiunto circa 119 dollari al barile, mentre lo Stretto di Hormuz — snodo chiave per il 20% delle forniture mondiali — risulta bloccato per il 97% del traffico commerciale.
Il dato colpisce anche i consumatori europei: il costo dei carburanti è destinato a salire rapidamente. La situazione è aggravata da un doppio fattore: la richiesta di nuovi fondi militari da parte degli Stati Uniti e un riposizionamento massiccio delle forze navali nell’area.
Il piano da 200 miliardi: cos’è Operation Epic Fury
La scala finanziaria del conflitto ha raggiunto un nuovo livello. Secondo quanto riportato dal Washington Post, il Pentagono ha presentato alla Casa Bianca una richiesta di finanziamento supplementare da 200 miliardi di dollari per sostenere la cosiddetta Operation Epic Fury.
Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha spiegato che nei primi sei giorni di operazioni sono stati spesi circa 11 miliardi di dollari. La cifra copre non solo carburante e logistica, ma anche il rimpiazzo di munizioni avanzate definite “exquisite”, tra cui i sistemi Patriot e THAAD utilizzati per intercettare missili e droni iraniani.
Questi sistemi sono stati impiegati a ritmo record per proteggere basi statunitensi negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain.
Il percorso di approvazione, però, non è lineare. Diversi membri del Congresso, a maggioranza repubblicana, contestano la richiesta. Alcuni parlamentari hanno definito la cifra “ridicola”, soprattutto perché arriva a poche settimane da una legge sulla difesa da 840 miliardi di dollari.
Un cambiamento rilevante riguarda la presenza militare sul campo. Il Pentagono ha deciso di spostare la 31ª Marine Expeditionary Unit dal Giappone al Medio Oriente. In parallelo, la nave d’assalto anfibio USS Tripoli è in rotta verso la regione.
Il contingente previsto varia tra 2.500 e 5.000 Marines.
La Casa Bianca ha escluso un’invasione terrestre su larga scala, ma queste unità sono specializzate in operazioni marittime, inclusi abbordaggi e controllo di navi. L’obiettivo è mettere in sicurezza le rotte commerciali.
Gli analisti ritengono che i Marines possano essere impiegati per occupare piccole isole controllate dall’Iran lungo le rotte petrolifere. Da queste posizioni, le forze USA potrebbero installare sistemi di difesa aerea per proteggere le petroliere in attesa nel Golfo dell’Oman.
Kharg Island: il cuore energetico dell’Iran nel mirino
Kharg Island rappresenta circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Per questo è considerata un obiettivo strategico primario.
Il 13 marzo gli Stati Uniti hanno condotto un attacco di precisione su larga scala contro l’isola, colpendo oltre 90 obiettivi militari, tra cui radar e batterie missilistiche terra-aria.
Secondo dichiarazioni ufficiali, le infrastrutture militari sono state “completamente distrutte”. Tuttavia, i terminal petroliferi non sono stati colpiti in quella fase, probabilmente per evitare un collasso energetico globale immediato.
La minaccia resta elevata. L’amministrazione USA ha avvertito che, in caso di ulteriori attacchi iraniani o di minamento delle rotte marittime, gli impianti petroliferi potrebbero essere colpiti “qualche altra volta solo per divertimento” (queste le parole di Donald Trump) per spezzare definitivamente l’economia iraniana.
Una guerra ad alta intensità: numeri e impatto globale
L’operazione militare ha già raggiunto dimensioni rilevanti. Oltre 7.000 obiettivi in Iran sono stati colpiti da forze aeree statunitensi e alleate.
Le perdite americane risultano limitate e concentrate su attacchi a basi in Bahrain. Al contrario, la marina iraniana e i sistemi di difesa aerea risultano, secondo fonti di intelligence, “gravemente degradati”.
L’impatto economico globale è già evidente. Nel Regno Unito si parla di possibili misure energetiche di emergenza se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse prolungarsi per altre due settimane.
Uno scenario instabile: rischio escalation o via diplomatica
L’arrivo della USS Tripoli segna un punto di non ritorno nella gestione della crisi. Il rischio è che il conflitto, finora limitato a operazioni aeree e navali, si trasformi in un impegno di lunga durata.
La posta in gioco è alta: 200 miliardi di dollari, rotte energetiche globali e stabilità geopolitica.
Il mondo osserva in attesa del prossimo passo: una soluzione diplomatica o un attacco diretto alle infrastrutture petrolifere più sensibili del pianeta.






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