Nel 2026 la grande distribuzione potrebbe fare un passo indietro sulle aperture domenicali. Coop apre il confronto: risparmio sui costi, più tutele per i lavoratori e un nuovo modello di consumo. Ma il settore è diviso.

La domanda è semplice, ma la risposta divide: ha ancora senso tenere aperti i supermercati la domenica? A oltre quindici anni dalla liberalizzazione introdotta nel 2011 dal governo Monti, l’ipotesi di tornare a una chiusura domenicale riemerge con forza nel dibattito pubblico ed economico. A rilanciarla è il presidente di Ancc‑Coop, Ernesto Dalle Rive, in un contesto profondamente cambiato rispetto al passato.

Inflazione persistente, potere d’acquisto delle famiglie in calo, margini sempre più stretti per la grande distribuzione organizzata (Gdo) e una crescente attenzione alla conciliazione tra lavoro e vita privata stanno spingendo il settore a interrogarsi su un modello che, secondo molti operatori, non ha prodotto l’aumento dei consumi sperato. Anzi, avrebbe contribuito a erodere la coesione sociale e a comprimere la qualità del lavoro.

I dati più recenti dell’Ufficio Studi Coop e le analisi di settore indicano che il 2026 si annuncia come un anno difficile per i consumi, con famiglie sempre più orientate alle spese essenziali. In questo scenario, la chiusura domenicale torna a essere una leva economica e sociale, non solo una scelta simbolica.

Perché Coop riapre il dossier delle chiusure domenicali

L’iniziativa parte da una riflessione interna al sistema Coop, uno dei principali attori della distribuzione italiana. Coop rappresenta 72 cooperative, oltre 57mila dipendenti, 2.200 punti vendita e circa 9 milioni di clienti ogni settimana. Numeri che rendono il dibattito tutt’altro che teorico.

«Siamo partiti da due considerazioni», spiega Dalle Rive. La prima riguarda la contrazione della capacità di spesa delle famiglie: si compra meno, ma si spende di più. Le liberalizzazioni erano nate per stimolare i consumi, ma oggi il problema è opposto. La seconda motivazione è legata al tema del lavoro, sempre più centrale anche in fase di reclutamento: turni festivi e domenicali sono sempre meno attrattivi.

L’obiettivo dichiarato non è una decisione unilaterale, ma aprire un confronto con l’intero sistema della Gdo. «La nostra intenzione è avviare una riflessione su dove stiamo andando come società, quali valori vogliamo tutelare. Siamo pronti ad aprire un dibattito, sia a livello politico che imprenditoriale, senza tabù».

Il peso economico delle aperture festive: i numeri

Dal punto di vista dei costi, la domenica pesa. Il lavoro festivo costa in media dal 30 al 40% in più rispetto a quello feriale. Secondo le stime dell’Ufficio Studi Coop, il ritorno alla chiusura domenicale potrebbe generare risparmi compresi tra 2,3 e 2,6 miliardi di euro l’anno per l’intero sistema della Gdo italiana.

Una cifra significativa, soprattutto in una fase in cui i margini operativi sono ridotti al minimo. Il 2025, infatti, è stato un anno complesso per la grande distribuzione: inflazione, concorrenza dei discount e crescita dell’e-commerce hanno messo sotto pressione i bilanci. Per il 2026, molte catene stanno valutando strategie di contenimento dei costi.

Cosa ne pensano i consumatori: meno disagio di quanto si creda

Uno degli argomenti più utilizzati contro la chiusura domenicale è il possibile disagio per i clienti. Ma i dati raccontano una storia più sfumata. Secondo una survey Coop condotta su un campione di 965 consumatori, solo il 10% degli italiani si dice realmente penalizzato da supermercati chiusi la domenica.

Ancora più interessante è un altro dato: il 43% degli intervistati afferma che cambierebbe semplicemente il giorno della spesa. In altre parole, una parte consistente degli acquisti si sposterebbe sugli altri giorni della settimana, senza una reale perdita di consumo.

Le indagini dell’Ufficio Studi Coop mostrano anche che circa un italiano su tre non fa già la spesa di domenica. Un segnale che rafforza l’idea di un modello di consumo alternativo, meno legato all’urgenza e più programmato.

Prezzi, promozioni e famiglie: dove finirebbero i risparmi

Un punto chiave del ragionamento Coop riguarda l’utilizzo delle risorse risparmiate. L’ipotesi è quella di reinvestire i fondi in due direzioni principali:

  • Riduzione dei prezzi e aumento delle promozioni, per sostenere famiglie sempre più attente al carrello;
  • Migliore organizzazione del lavoro, con benefici diretti per i dipendenti, soprattutto in termini di conciliazione vita-lavoro.

Il fronte del lavoro: sindacati favorevoli, imprese divise

Dal lato dei lavoratori, la proposta trova aperture significative. I sindacati vedono positivamente l’ipotesi di ridurre il lavoro domenicale, soprattutto in un settore caratterizzato da turni frammentati e bassa prevedibilità degli orari.

La situazione è più complessa sul fronte imprenditoriale. Confcommercio e alcune catene temono perdite di fatturato, soprattutto nei grandi centri, dove la domenica può valere dal 15 al 20% del giro d’affari settimanale. Da qui la resistenza di una parte del settore, che considera la proposta anacronistica e potenzialmente vantaggiosa per le piattaforme digitali e l’e-commerce.

Non a caso, mentre Coop apre al confronto, altri operatori stanno sperimentando modelli ibridi: riduzione del personale festivo, aperture parziali o maggiore integrazione con il canale online.

Lo sapevi che…?

  • Nel 2025 i volumi di vendita della Gdo sono diminuiti, nonostante i negozi sempre aperti.
  • Quasi la metà dei consumatori cambierebbe semplicemente giorno per la spesa se la domenica fosse chiuso.
  • Il lavoro domenicale costa alle aziende fino al 40% in più rispetto a un giorno feriale.

FAQ – Le domande più cercate

I supermercati chiuderanno davvero la domenica?
No, al momento non c’è alcuna decisione. Si tratta di una proposta e di una riflessione avviata da Coop.

Da quando potrebbe entrare in vigore la chiusura?
Eventuali scelte potrebbero arrivare entro il primo trimestre del 2026, ma solo dopo un confronto con il settore.

I prezzi aumenteranno?
Secondo Coop, i risparmi ottenuti potrebbero essere usati per contenere i prezzi e aumentare le promozioni.

Chi è contrario alla proposta?
Parte della distribuzione e Confcommercio, che temono cali di fatturato e vantaggi per l’e-commerce.