Era il febbraio 2020 quando Donna Gustafson, 72 anni, originaria della Florida, diventò la prima persona al mondo a ricevere un vaccino mRNA sperimentale contro il tumore al pancreas.
Oggi è ancora viva e il suo cancro non è mai ricomparso. I dati raccolti nel corso dei sei anni successivi a quel primo trattamento – presentati al congresso annuale dell’American Association for Cancer Research (AACR) nell’aprile 2026 a San Diego – mostrano qualcosa che fino a poco tempo fa sembrava improbabile: il sistema immunitario può essere addestrato a combattere uno dei tumori più resistenti in assoluto e quella risposta può durare nel tempo.
Si tratta di un trial di fase 1, condotto su soli 16 pazienti. Ma i segnali che emergono sono abbastanza solidi da aver già giustificato l’avvio di un trial di fase 2 su larga scala.
Il tumore al pancreas e il problema dell’immunoterapia
L’adenocarcinoma pancreatico è uno dei tumori con la prognosi peggiore in oncologia. Meno del 13% dei pazienti diagnosticati è ancora in vita dopo cinque anni. Non esiste screening di routine – nessun esame analogo alla colonscopia o alla mammografia – e i sintomi raramente si manifestano prima che la malattia sia già in stadio avanzato. Solo circa il 20% dei casi è operabile al momento della diagnosi.
Oltre alla difficoltà di individuarlo precocemente, il tumore del pancreas ha sempre opposto resistenza alle immunoterapie. Per decenni, i ricercatori hanno ritenuto che il sistema immunitario dei pazienti affetti da questo cancro non fosse in grado di produrre una risposta contro le cellule tumorali. È questa convinzione che il trial di Memorial Sloan Kettering Cancer Center (MSK) ha messo in discussione.
Come funziona il vaccino: personalizzato per ogni paziente
Il vaccino sperimentale si chiama autogene cevumeran (noto anche come BNT122 o RO7198457) ed è sviluppato da BioNTech – la stessa azienda tedesca che ha collaborato con Pfizer per il vaccino mRNA contro il Covid – in partnership con Genentech, parte del gruppo Roche.
Il meccanismo è sostanzialmente diverso dai vaccini preventivi tradizionali. Non si tratta di stimolare il corpo a produrre anticorpi prima del contagio, ma di addestrare il sistema immunitario a riconoscere le cellule tumorali già presenti o potenzialmente residue dopo l’intervento chirurgico. I pazienti del trial hanno prima subito l’asportazione del tumore. Successivamente, il DNA del tessuto tumorale di ciascuno è stato sequenziato e analizzato per identificare le mutazioni specifiche – i cosiddetti neoantigen – presenti unicamente in quel singolo cancro. Su questa base, per ogni paziente è stato costruito un vaccino su misura contenente fino a 20 neoantigeni.
Dopo il vaccino, i pazienti hanno ricevuto chemioterapia standard e un farmaco immunoterapico di tipo checkpoint inhibitor (atezolizumab). I vaccini erano personalizzati per ogni paziente sulla base delle modificazioni uniche nel DNA tumorale.
I risultati: risposta immunitaria a sei anni, due tipi di cellule T al lavoro
Otto degli 16 pazienti del trial hanno prodotto una risposta immunitaria misurabile dopo le nove dosi di vaccino. I ricercatori hanno trovato che coloro che avevano risposto al vaccino mRNA personalizzato avevano prodotto cellule T CD8+, cellule immunitarie anti-cancro che persistevano fino a sei anni senza mostrare segni di rallentamento. Non solo: questi pazienti avevano anche prodotto un altro tipo importante di cellule immunitarie, le cellule T CD4+.
La distinzione tra questi due tipi di cellule è centrale per capire perché i risultati siano considerati significativi. Le cellule T CD8+ (killer T cells) sono quelle che attaccano direttamente le cellule tumorali. Le cellule T CD4+ (helper T cells) non aggrediscono il cancro direttamente, ma sostengono e prolungano l’attività delle prime, mantenendo in vita la risposta immunitaria nel tempo. Gli scienziati ritengono che un vaccino antitumorale efficace debba attivare entrambi questi tipi di cellule, le CD8+ per aggredire direttamente le cellule cancerose e le CD4+ per potenziare e sostenere la risposta immunitaria, producendo un effetto più forte e duraturo.
A sei anni dalla vaccinazione, sette degli otto responder sono ancora vivi. Due hanno avuto una recidiva, uno dei due è deceduto. Tra i non responder (otto pazienti), due sono vivi. La differenza è statisticamente notevole, soprattutto in un tumore dove la sopravvivenza a lungo termine è rara.
I limiti della ricerca e le cautele degli esperti
I ricercatori e i clinici che hanno commentato i risultati – inclusi quelli non coinvolti nel trial – concordano sul carattere promettente dei dati, ma mantengono riserve precise sul loro significato attuale.
Il campione è piccolo: sedici pazienti in un trial di fase 1 non consentono conclusioni definitive sull’efficacia del trattamento. Tutti i partecipanti avevano un tumore in stadio precoce e operabile, una condizione che riguarda solo il 20% dei casi diagnosticati. Come ha osservato il dottor William Freed-Pastor del Dana-Farber Cancer Institute, esiste sempre una quota di pazienti con tumore pancreatico che sopravvive oltre i cinque anni indipendentemente dal trattamento: non è possibile escludere che alcuni dei sopravvissuti del trial sarebbero vissuti a lungo anche senza il vaccino.
Il dottor Balachandran ha riassunto che l’obiettivo del trial di fase 2 sarà confrontare l’efficacia e la sicurezza di autogene cevumeran in combinazione con atezolizumab e chemioterapia rispetto alla chemioterapia standard, in pazienti con tumore pancreatico resecabile.
Il trial di fase 2 e la prospettiva futura
Il trial di fase 2, ancora in corso di reclutamento e sponsorizzato da Genentech e BioNTech, coinvolgerà 260 pazienti in 14 centri negli Stati Uniti. È un salto di scala significativo rispetto ai 16 pazienti della fase 1, e i suoi risultati – attesi nei prossimi anni – forniranno la base statistica necessaria per valutare se l’approccio regge su una popolazione più ampia.
Parallelamente, un altro gruppo di ricercatori sta lavorando a un vaccino non personalizzato che prende di mira una proteina chiamata KRAS, presente in circa il 90% dei tumori pancreatici. In un piccolo trial preliminare, circa l’85% dei partecipanti ha sviluppato una risposta immunitaria contro quella proteina. La disponibilità di più approcci immunoterapici è considerata dai ricercatori un vantaggio, non una ridondanza: le cellule tumorali trovano inevitabilmente la strada per aggirare qualsiasi singola terapia, e avere più strumenti a disposizione è l’unico modo per anticiparne le mosse.
Il 2026 non porta ancora una cura per il tumore al pancreas. Ma porta la dimostrazione che il sistema immunitario può combatterlo, e che quella risposta, almeno in alcuni pazienti, può durare sei anni.






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