Lunedì 16 dicembre alle ore 17.30, nei locali dell’atelier del Teatro Montevergini, a cura di Zabút-Centro documentazione e studi delle lotte sociali in Sicilia si svolgerà la prima presentazione a Palermo del libro “Basta salari da fame!” di Marta e Simone Fana (Editori Laterza, collana Tempi Nuovi, 2019). Al dibattito interverranno Marta Fana, coautrice del libro e dottore di ricerca in Economia presso l’Università SciencesPo di Parigi e Eliana Como, comitato Centrale FIOM.

In cima alle classifiche e arrivato alla terza ristampa, il testo affronta l’importanza della questione del lavoro e del salario in Italia, prima di tutto andando a smontare la narrazione prevalente che vede nelle basse retribuzioni la conseguenza dell’ inadeguatezza dei lavoratori rispetto al mercato.

E’ una ben articolata riflessione sull’impoverimento del lavoro che va a contrastare sia il pensiero dominante in economia, sia il senso comune che si appiattisce sull’immagine deformata di una pigra classe lavoratrice.

Si legge nel libro: “Oggi in Italia si guadagna meno di trent’anni fa, a parità di professione, di livello di istruzione, di carriera. Vale per tutti, tranne per quella minoranza che sta in alto. Questo dovrebbe essere il problema. Ci è stato detto che bisognava rendere il mercato del lavoro più flessibile e abbassare i salari per aumentare la competitività delle aziende e saremmo stati tutti più ricchi: l’abbiamo fatto ma siamo solo più poveri e ricattabili.
Quelli che hanno salari orari di tre, quattro, sei euro lordi l’ora. Quelli costretti al lavoro gratuito o a un tirocinio a 400 euro al mese. Quelli sottoinquadrati e i troppi costretti a un part time involontario, spesso fittizio. Ormai il mercato del lavoro è una giungla con una sola certezza: stipendi bassi e precari. Paghe da fame per un lavoro povero. E se fosse proprio questo il problema che impedisce alla nostra economia di crescere? E se ricominciassimo a parlare di lotta salariale? È sull’impoverimento dei lavoratori, infatti, che molte imprese continuano ad accumulare profitti agitando di volta in volta il nemico esterno più utile alla propria retorica: gli immigrati, le delocalizzazioni, la tecnologia. Una narrazione che nasconde un interesse politico, diretto a garantire l’alto contro il basso della società, i profitti dei pochi contro i salari dei molti. Ma la consapevolezza che le crescenti disuguaglianze originano dai salari e dalle retribuzioni è tornata con forza nel dibattito pubblico e alimenta le lotte dei movimenti sociali a livello globale”