L’ora della resa dei conti per la Democrazia Cristiana siciliana è arrivata. E gestire il “dopo Cuffaro” sta risultando essere la cosa più difficile. Forse più difficile ancora della gestione dell’impatto mediatico dell’inchiesta che ha travolto il fondatore ed ormai ex segretario nazionale di quel partito. Un passaggio, quello relativo al futuro del partito, che ha un peso anche nelle scelte che si faranno in fase di vertice di maggioranza guardando al rimpasto
La base e il gruppo all’Ars
Così la classe dirigente e la base del partito, sembrano allontanarsi dal gruppo parlamentare siciliano, e avviano una serie di attività che definiscono “la difesa del partito” in una fase di profonda crisi interna.
A guidare questa resistenza è Mauro Pantò, Presidente di Sas la società regionale con 2.700 dipendenti, che in tre occasioni ha portato a Roma la protesta contro Samorì, reggente del partito dopo le dimissioni di Cuffaro e protagonista del siluramento senza spiegazioni del segretario regionale, nel tentativo di evitare la cessione del partito e difenderne l’identità.
La visione della base siciliana
Durante il Consiglio Nazionale una figura ritenuta autorevole e accreditata come possibile Segretario nazionale, sarebbe stato sistematicamente boicottato da Samorì, che da Vice Segretario Nazionale dopo le dimissioni di Cuffaro, sembra deciso a restare alla guida del partito a ogni costo. Almeno così la cosa è stata vissuta dalla base siciliane.
Una scelta che ha contribuito ad acuire le tensioni e ad allargare una frattura ormai evidente proprio tra il Vice Segretario Samorì e il gruppo dei siciliani che non lo ritengono all’altezza del compito.
Il gruppo e la visione sotterranea
Il fronte dei deputati, invece, non ha gradito la gestione locale di Cirillo che viene accusato di aver trattato autonomamente con il presidente della Regione Renato Schifani. Sul piatto ci sarebbe stata la nomina di un assessore per il ritorno in campo della Dc: una figura femminile che rappresenti il rinnovamento. Ma l’ipotesi sembra abbia fatto esplodere la reazione di Ignazio Abbate che, almeno fino a 48 ore fa, puntava ad ottenere quell’unico posto che potrebbe tornare ai centristi.
L’ipotesi Udc
L’ipotesi per Abbate era e resta quella di un transito con i suoi in casa Udc dove lo aspetterebbe a braccia aperte Decio Terrana pronto al ritorno in campo di quel partito sparito, a livello regionale, dopo le scelte operate nel 2022. Il progetto di un possibile gruppo UDC garantirebbe un assessorato recuperando pezzi della Dc ma non ridando spazio alla Dc e permetterebbe il ritorno della sigla scudocrociata.
Le ambizioni di Messina
La spaccatura interna si è così cristallizzata: da un lato i deputati Albano, Pace e Auteri, schierati con la DC; dall’altro Abbate e Messina, che punta anch’egli a un rientro in giunta attraverso un accordo con Terrana e Cesa nell’UDC.
In questo scenario viene meno l’altra ipotesi messa in campo in questi giorni ovvero quella di un Inter gruppo Parlamentare che vedesse in campo la Dc con il partito di Cateno De Luca. Chiacchiere per alcuni, fatti in itinere per altri, possibilità comunque disinnescata dagli eventi secondo i partiti di maggioranza praticamente compatti.
La deflagrazione
Le due ipotesi, la cessione del partito all’Udc da una parte, l’intergruppo dall’altra, hanno creato un dualismo che ha portato alla resa dei conti. Di fatto le posizioni sembrano entrambe cristallizzate e ormai lo scontro è deflagrato.
Gli addii e il rischio scioglimento della Dc
Una crisi che ha fornito l’alibi politico ai consiglieri Bonanno e Raja per confluire in Fratelli d’Italia, e a Mauro Pantò per uscire insieme ai consiglieri Di Maggio e Puma andando in quella parte di Forza Italia vicina a Marco Falcone.
Ora si teme un vero e proprio effetto domino che potrebbe portare al dissolvimento della Democrazia Cristiana nell’Isola, un partito che negli ultimi anni era diventato determinante per gli equilibri di governo regionale e che conta su un consenso rilevante nel territorio.
Un patrimonio umano e politico che rischia di essere disperso, smantellato consapevolmente dai partiti nazionali e da pochi dirigenti intenti a spartirsi ciò che resta dopo l’arresto di Cuffaro.






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