L’undicesima edizione del Festival del Giornalismo Enogastronomico partirà da un chicco di grano. Non è soltanto una scelta simbolica. Venerdì 2 ottobre alle 10.30, nel quartiere Panetteria di Galati Mamertino, la posa della statua dedicata al chicco aprirà tre giorni nei quali il cibo verrà osservato soprattutto prima della trasformazione finale: nei campi, nelle aziende, negli allevamenti, nei frantoi e dentro le comunità che continuano a produrre nelle aree interne.
È il cambio di prospettiva attorno al quale è stata costruita l’edizione 2026. Il Festival non si limiterà a mettere in fila incontri e degustazioni. Giornalisti, comunicatori e creator saranno chiamati a seguire i processi produttivi, incontrare le imprese, raccogliere testimonianze e trasformare ciò che vedranno in articoli, podcast, fotografie, video e interviste.
La scelta del quartiere Panetteria per l’avvio introduce subito uno dei temi della manifestazione. Il grano non verrà trattato come elemento folkloristico della cucina contadina, ma come parte di una filiera che lega coltivazione, trasformazione, lavoro e permanenza delle attività economiche nei piccoli centri. La Fondazione Celestino Drago accompagnerà uno degli approfondimenti dedicati proprio al ciclo del grano.
Il passaggio è rilevante perché sposta l’attenzione dal prodotto finito alla struttura economica che lo rende possibile. Nei territori interni siciliani il problema non consiste soltanto nel produrre qualità. Conta la possibilità di mantenere imprese, servizi, manodopera e capacità di trasformazione in luoghi che scontano distanza dai mercati, calo demografico e minore accessibilità.
Dalle aziende alla redazione diffusa, il programma esce dalle sale
La formula scelta per il Festival è quella della redazione diffusa. Galati Mamertino e Longi diventeranno per tre giorni luoghi di lavoro giornalistico. Aziende agricole, filiere produttive e paesi entreranno direttamente nel programma.Il metodo cambia rispetto alla struttura tradizionale di molti eventi enogastronomici. Gli incontri pubblici resteranno, ma non saranno il centro esclusivo della manifestazione. Una parte significativa del lavoro si svolgerà sul territorio, attraverso visite e attività costruite attorno alle produzioni dei Nebrodi.
Tre filiere avranno un peso particolare. Oltre al grano, il programma entrerà nel mondo del Suino Nero dei Nebrodi, una delle produzioni più identitarie del comprensorio, e in quello dell’olio. Con Manfredi Barbera è previsto un percorso che arriverà fino alla molitura delle olive, cioè nel momento nel quale il prodotto agricolo entra nella fase decisiva della trasformazione.
La differenza non è secondaria. Raccontare un olio dopo averne visto la produzione significa parlare anche di raccolta, resa, organizzazione aziendale, qualità della materia prima e scelte imprenditoriali. Lo stesso vale per una filiera zootecnica: dietro il prodotto finale ci sono allevamento, territorio, trasformazione e mercato.
Il Festival affiancherà a questo lavoro gli appuntamenti culturali. La formula dell’Aperilibro porterà sui Nebrodi autori e studiosi. Fra gli ospiti figurano Giacomo Di Girolamo e Gianfranco Marrone, semiologo e studioso dei linguaggi del cibo, che parteciperà con il volume Linguaggi dell’enogastronomia. Il programma prevede inoltre uno spazio dedicato al pensiero di Carlo Petrini e al rapporto fra alimentazione, biodiversità e comunità.
Il vero tema è la capacità delle aree interne di produrre ancora economia
Il filo che tiene insieme il programma non è quindi il semplice racconto delle eccellenze. La domanda più difficile riguarda ciò che resta nei territori quando un prodotto diventa conosciuto. Per questo il Festival allargherà il confronto alle condizioni economiche nelle quali operano le imprese. Accesso al credito, innovazione, strumenti pubblici di sostegno e politiche per le aree interne entreranno nella discussione con rappresentanti delle istituzioni regionali e locali, del Parco dei Nebrodi, dell’Ordine dei giornalisti, del Corecom Siciliae delle organizzazioni territoriali.
L’allargamento delle attività a Longi rafforza questa impostazione. La manifestazione prova a superare la dimensione del singolo comune e a ragionare su un’area più ampia. È un passaggio importante in un territorio nel quale lo spopolamento e la rarefazione dei servizi non seguono i confini amministrativi.
Anche pranzi, cene e momenti conviviali verranno inseriti dentro questa logica. La tavola non sarà soltanto la fase conclusiva del racconto. Diventerà uno dei luoghi nei quali mettere in contatto produttori, giornalisti, ospiti e comunità. Il chicco di grano con cui si aprirà il Festival riassume quindi una parte consistente della sfida. Prima del pane c’è un sistema produttivo. Prima del prodotto da raccontare c’è un territorio che deve essere ancora in grado di produrlo.






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