La vicenda è ripresa oggi da si24.it. Tra tentativi di sfratto, rimbalzo di competenze e ritardi, dopo 65 anni di storia, domani lo storico bar Santoro di piazza Indipendenza a Palermo, abbassa definitivamente la saracinesca. Ma il patron del locale Piero Santoro, classe 1952, uomo timido e schivo, a un giorno dallo sgombero, è ancora lì.

Ci aspetta insieme alla fidata Fernanda e alla sorella Rita, dietro le vetrine del suo chiosco, a una manciata di passi tra Palazzo Reale e Palazzo d’Orleans, che con i suoi tavolini all’aperto ha visto anni di gloriosa attività.

“Ho sempre rispettato regole e accordi, il più delle volte, stabiliti unilateralmente dal Comune. Eppure lo scempio è compiuto senza capire il perché. Dal 2018 non ho tregua e nessuna possibilità di interlocuzione con gli uffici competenti”. Su queste parole, implode improvvisamente in un racconto strozzato dal pianto, ma lucido e documentato, descrivendo passo passo la sua lunga storia imprenditoriale. Una parentesi imprenditoriale, quella del bar Santoro, che è anche un pezzo di storia di Palermo che si avvia a scomparire nel nulla, fagocitata dalla burocrazia e dall’indifferenza generale.

Parla a fatica Piero, ha paura di perdere il suo bene più prezioso, che una volta era del padre Carmelo. Vuole dire la sua per fare chiarezza sulla parola fine di uno degli ultimi locali storici più noti rimasti aperti in città. Prende coraggio: “Ho sempre rispettato regole e accordi, il più delle volte stabiliti unilateralmente dal Comune. Eppure lo scempio è compiuto senza capire il perché. Dal 2018 non ho tregua e nessuna possibilità di interlocuzione con gli uffici competenti”.

Su queste parole, implode improvvisamente in un racconto strozzato dal pianto, ma lucido e documentato, descrivendo passo passo la sua lunga storia imprenditoriale iniziata nel 1980, quando il Comune di Palermo concesse al padre Carmelo il suolo pubblico del chiosco. Poi il silenzio fino al 2004, quando l’amministrazione stipula un disciplinare, questa volta con Piero, nel frattempo subentrato al padre.

Il bar Santoro chiude, storia di anni di lotte e di amare sconfitte

È l’ultimo contratto. Prevedeva una concessione annuale, rinnovabile alla scadenza con un esplicito atto di assenso dell’amministrazione, a fronte di un canone annuale di circa 53mila euro, a condizione della regolarità dei pagamenti e nelle more dell’approvazione di un regolamento sull’uso dei beni immobili di proprietà comunale, entrato in vigore quattro anni dopo, nel 2008.

“Ma il Comune – racconta Santoro – non lo rinnova esplicitamente, pretendendo e incassando però il pagamento delle somme pattuite a titolo di indennità di occupazione di fatto dell’immobile. Nonostante il canone stabilito nel 2004 fosse troppo alto rispetto alle condizioni di mercato cambiate, ho continuato a corrispondere le somme stabilite. L’ultimo piano di rateizzazione concordato, regolarmente saldato, si è chiuso nel 2017″.

Il rapporto tra il Comune e l’azienda dunque prosegue senza intoppi. Una volta in vigore il regolamento, sulla base delle nuove disposizioni, Santoro aspetta la rideterminazione del canone o un nuovo contratto. Invece “per cinque anni non è stato possibile avere alcuna interlocuzione”. “Nel 2017, su suggerimento di un funzionario, presento richiesta di rinegoziazione del canone di concessione. La mia istanza viene ignorata. Finché nel 2018 arriva la stangata e il Comune apre la caccia ai morosi. Mi vengono richiesti oltre 300mila euro a saldo di cinque anni di arretrati, che il CGA ha quantificato poi in 165mila euro, riconoscendomi la possibilità di continuare ad esercitare la mia attività fino alla nuova destinazione dell’immobile. Ma la gogna mediatica è già partita”.

La forza e la voglia di Piero Santoro
Il Comune concede all’imprenditore la rateizzazione dei 165mila euro “onorati puntualmente e contestualmente all’affitto mensile”. “Eppure, a mia insaputa, il Comune pubblica un bando per assegnare quella concessione che io stavo regolarmente pagando. Nel bando c’era anche la beffa perché la struttura sarebbe stata affidata al costo di almeno 48mila euro l’anno per i prossimi sei anni (contro gli attuali 30.415 euro). Falso, il mio canone era di oltre 60mila. Ogni mercoledì era una mortificazione. Arrivavano i potenziali interessati ai locali, giravano per le stanze, commentavano ogni dettaglio. Era come vederli frugare nei cassetti di casa. E’ in questo modo che si distruggono, uomini, imprenditori e patrimonio storico”.

“A giugno, sempre del 2018, presento una richiesta di rinnovo o di rilascio della concessione, ma il silenzio dell’amministrazione continua. Nessuna risposta. Sembra incredibile, non mi è stato riconosciuto neppure il diritto di prelazione dopo quasi settant’anni di attività. Un diritto affermato dal Consiglio di Stato per le imprese di valore storico, sancito dalla normativa europea, e in qualche modo ribadito anche in una lettera al Comune della Soprintendenza ai Beni culturali, in cui precisa che il chiosco Santoro ‘già conduttore dal 1938, ha contribuito in modo rilevante all’identità del luogo, pertanto se ne auspica la conservazione previa messa in ripristino della consistenza originaria”.

A questo punto Santoro ricorre al Tar e il Comune revoca il bando in autotutela. “Dopo aver tentato di sfrattarmi – racconta Piero – con una ordinanza di sgombero per una morosità inesistente, il Comune torna alla carica, mettendo persino in dubbio l’esistenza dell’agibilità del chiosco e la validità dell’autorizzazione concessa nel 1980”. A maggio scorso, infatti, il Suap avvia un procedimento di annullamento dell’autorizzazione del 1980 perché un verbale dei Carabinieri del N.A.S. di Palermo certifica la mancanza del certificato di agibilità dell’immobile. Il 10 di luglio il servizio comunale Suap invia i NAS per verificare che il locale sia stato chiuso perché “l’immobile è gravato di un abuso nella cantina”, dunque “allo stato attuale è inammissibile il rilascio del certificato di agibilità” .

Piero ha dieci giorni di tempo per mettersi in regola. Chiede ed ottiene una proroga di 30 giorni ma con una “postilla”: decorso il termine, l’autorizzazione della concessione è cancellata. “Impossibile ottenere il certificato in 30 giorni, l’ho richiesto nel 2001 e poi ancora nel 2004. Sono stato sempre ignorato” dice Santoro. Ma non è finita. L’Ufficio condono chiede anche un parere alla Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali, se l’area del Chiosco su cui grava l’abuso oggetto di un’istanza di sanatoria nel 2004 sia soggetta a vincolo ambientale.

“Il tecnico che mi supporta – continua Piero – fatica non poco per ottenere il documento di risposta della Soprintendenza. Probabilmente, perché nel parere si legge che l’area interessata ‘non corrisponde in atto alla sussistenza di un vincolo ambientale’ e che l’ente non è titolato ad esprimere parere in sanatoria, ma solo il Comune”. Il termine dei 30 intimato dal Suap è arrivato: è l’8 agosto. Domani si chiude, “è stato già deciso”.

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