Il pugile professionista della Palestra Popolare Palermo si trova in Palestina dal 2 settembre per un progetto avviato in collaborazione con l’ong Ciss di supporto alle realtà sportive che praticano il pugilato a Gaza e che si confrontano con le mille difficoltà legate a vivere e allenarsi in una zona di guerra, in cui preme l’oppressione dell’esercito israeliano e nella quale la popolazione civile vive reclusa in una striscia di terra priva di contatti con l’esterno, senza servizi fondamentali come la corrente elettrica e l’acqua. In questo quadro, per cui è impossibile anche reperire l’attrezzatura di base per gli allenamenti, la Palestra Popolare ha raccolto nei mesi scorsi guantoni, fasce e paradenti per portarli alle palestre palestinesi e avviare un percorso di condivisione e supporto dello sport locale.

Ieri pomeriggio, finalmente arrivati a Gaza, Bentivegna e la delegazione palermitana hanno incontrato il presidente della federazione di boxe a Gaza per le dovute presentazioni, per discutere il programma del progetto e per consegnare l’attrezzatura.

“L’emozione è stata tantissima, -dice Carlo- un po’ per questa strana aria di formalità, un po’ perché non avevamo ancora realizzato l’importanza del nostro incontro: sono il primo pugile non palestinese ad entrare a Gaza dall’inizio dell’assedio. I ragazzi mi hanno parlato delle loro necessità e ci hanno spiegato che, per via della divisione politica tra Fatah e Hamas, dall’autorità palestinese non arriva nessun tipo di supporto, per lo sport così come per tutto il resto, mentre gli israeliani impediscono ai Gazawi qualsiasi spostamento. Si trovano quindi in una situazione di totale isolamento e abbandono, non si confrontano con il resto del mondo da più di dieci anni e non hanno accesso alle attrezzature basilari. Ma se c’è una cosa che ho imparato sui palestinesi è che il loro senso di rivalsa alla fine ha la meglio su tutto il resto. Nonostante tutto si impegnano al mille per mille per fare quanto più è possibile: sono riusciti così in passato a far andare in Egitto il grande Ahmed Harara per continuare a farlo combattere e adesso hanno mandato uno dei loro allenatori a fare un training in Giordania. E, credetemi, far uscire qualcuno da Gaza, non importa quale sia la motivazione, è sempre un’impresa. Quello di cui hanno sete, più di ogni altra cosa, sono le esperienze: gli sportivi qui possono confrontarsi solo fra di loro, perciò anche chi ha più voglia di fare e di crescere, magari vince un campionato locale (organizzato con le mille difficoltà del caso), poi ne vince un altro, e un altro… E poi non può fare altro che fermarsi. Perché guardandosi intorno non vede nulla, nessuna possibilità di crescita e di miglioramento. Ce la metteremo tutta affinché questo non sia l’ultimo incontro, bensì l’inizio di un processo di crescita e cooperazione, perché l’autodeterminazione passa anche attraverso lo sport.” conclude Bentivegna.

 

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