Arriva la richiesta di condanna per Giuseppe Calvaruso, considerato il capo mafia di Pagliarelli, e altri quattro imputati, accusati a vario titolo di reati che spaziano dall’associazione mafiosa all’intestazione fittizia di beni, al sequestro di persona fino ad arrivare all’estorsione.

Le pene richieste per gli imputati

Come riporta il Giornale di Sicilia, i pm per Calvaruso, detto gnometto per la sua altezza, hanno chiesto 20 anni. Il rito si celebra in abbreviato. Stessa pena richiesta per il suo presunto vice, Giovanni Caruso. Per l’altro imputato Silvestre Maniscalco la procura chiede 4 anni, due anni e mezzo per Francesco Paolo Bagnasco e Antonio Calvaruso, padre del boss di Pagliarelli.

L’arresto nell’aprile 2021

Il processo è nato dopo il blitz dell’aprile 2021. Non sapeva di essere ricercato. E così si è presentato come un turista appena arrivato dal Brasile nell’aeroporto Falcone Borsellino. Giuseppe Calvaruso, il reggente del mandamento Pagliarelli di Palermo, investito sul campo dell’ex capo Settimo Mineo, arrestato nell’operazione Cupola 2.0 è stato fermato all’aeroporto di Palermo Falcone Borsellino appena sceso dall’aereo. Era inattesa di ritirare la valigia al nastro bagagli. Dal 2020 si era trasferito in Brasile, ed era rientrato momentaneamente in Italia con l’intenzione di tornare a breve in sud America. Voleva trascorrere le festività di Pasqua con i parenti. Da qui l’urgenza di fare scattare il fermo disposto dalla  Dda di Palermo e che ha interessato altre quattro persone per reati di mafia.

Voleva gestire il mandamento secondo tradizione

Nel corso dell’operazione scattata durante le festività di Pasqua sono finiti in manette anche Giovanni Caruso,  Silvestre Maniscalco, Francesco Paolo Bagnasco, Giovanni Spanò. Il provvedimento è stato emesso dai pm Federica La Chioma e Dario Scaletta, coordinati dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Calvaruso voleva gestire il mandamento secondo tradizione. E così nonostante fosse lontano continuava a occuparsi del sostegno dei mafiosi in carcere, dei rapporti con i vertici degli altri mandamenti di Porta Nuova, Noce, Villabate, Belmonte Mezzagno per la trattazione di affari.

Il ruolo di capo mafia locale

Nel ruolo di capo avrebbe risolto le controversie fra gli “affiliati”, assicurato “l’ordine pubblico” sul territorio, ad esempio prendendo parte a un violento pestaggio agli autori di alcune rapine non autorizzate da Cosa nostra. Commercianti e imprenditori si rivolgevano a Cosa nostra per ottenere autorizzazioni per l’apertura di attività commerciali o per risolvere liti e controversie: l’organizzazione mafiosa, secondo gli investigatori, avrebbe assunto, secondo una consolidata tradizione, una patologica funzione supplente rispetto alle istituzioni dello Stato.