Ricorre oggi l’anniversario dell’assassinio di Mico Geraci, il sindacalista della Uil ucciso dalla mafia a Caccamo. A 28 anni da quella tragica sera, il suo ricordo è ancora vivo e il suo esempio continua a parlare a chi crede nella legalità, nella giustizia e nella libertà.

Mico Geraci non si piegò alle intimidazioni ma, da sindacalista, difese il lavoro, i diritti e la dignità delle persone pagando con la vita la scelta di non arrendersi alla mafia.

“Ricordarlo – per la Uil Sicilia – significa rinnovare l’impegno contro ogni forma di illegalità e riaffermare il valore di un sindacato libero, coraggioso e vicino alle persone”. Il sindacato “si stringe alla famiglia di Mico Geraci e a quanti, in questi anni, ne hanno custodito la memoria. Il suo sacrificio ricorda che ogni battaglia per il lavoro, la democrazia e la libertà è anche un modo per mantenere viva la sua eredità”.

La moglie al processo, “i vicini hanno negato di avere sentito gli spari”

Ha detto di avere visto il killer del marito, “giovane, all’incirca trent’anni”, Vincenza Scimeca, vedova del sindacalista di Caccamo Domenico “Mico” Geraci. La donna è stata sentita oggi dalla Corte d’assise di Palermo al processo per l’omicidio del marito, avvenuto nel paese a 50 chilometri dal capoluogo siciliano, la sera dell’8 ottobre 1998.

Quel giorno Geraci, sindacalista della Uil e possibile candidato sindaco del centrosinistra, era tornato a casa alle 20,30 e poi sarebbe dovuto uscire di nuovo da casa per un appuntamento in cui si sarebbe dovuta discutere proprio la sua eventuale candidatura.

“Sentii suonare il campanello, era lui, ma subito dopo sentii anche gli spari”, ha detto la teste rispondendo alle domande dei pm. Visibilmente commossa ma ferma di fronte ai giudici, Scimeca ha detto di essersi subito affacciata al balcone e di avere visto così il sicario che sparò al marito, evidentemente appostato sotto casa, in attesa di Geraci.

“Sono subito scesa, Mico era a terra. I vicini di casa hanno negato anche di aver sentito gli spari e di avere visto qualsiasi cosa. Mio marito era preoccupato – ha proseguito la donna – soprattutto nell’ultimo periodo. Aveva partecipato a un convegno su mafia e piano regolatore, c’era in gioco la sua candidatura”. Proprio il rinnovamento di cui Mico Geraci si sarebbe fatto promotore cercando l’elezione a sindaco di Caccamo era mal visto dai boss.

E per questo i due imputati, Pietro e Salvatore Rinella, fratelli capimafia di Trabia, che faceva unico mandamento con Caccamo, avrebbero ordinato il delitto a due “cani sciolti” poi a loro volta uccisi. A volere l’esecuzione sarebbe stato comunque Bernardo Provenzano e il delitto sarebbe stato un favore all’allora superlatitante, catturato nel 2006 e morto nel 2016.