Trenta colpi di kalashnikov contro un’autorimessa tra Tommaso Natale e Sferracavallo non sono soltanto un fatto di cronaca. Non sono “solo” una sparatoria.
Sono un messaggio.
Ed è proprio qui che bisogna fermarsi a riflettere: oggi la criminalità non comunica più soltanto attraverso il silenzio, i pizzini o le intimidazioni sussurrate. Comunica attraverso il rumore, le immagini, la paura e la spettacolarizzazione della violenza. Comunica come farebbe una macchina mediatica.
Le raffiche sparate nella notte a Palermo hanno un linguaggio preciso. Non servono soltanto a colpire un bersaglio materiale. Servono a farsi vedere, a essere raccontate, a diventare video condivisi sui social, titoli sui giornali, discussioni nei quartieri.
È comunicazione criminale.
Un kalashnikov non è una pistola qualunque. È un simbolo. Evoca guerra, potere, dominio del territorio. Quando qualcuno decide di usarlo in mezzo a un quartiere abitato, il messaggio va ben oltre il danno provocato ai muri o alle saracinesche. Significa mostrare forza, dimostrare che si può colpire quando si vuole e dove si vuole.
Ed è questo l’aspetto più inquietante della vicenda di Sferracavallo.
Palermo conosce bene il linguaggio simbolico della violenza. Lo ha visto negli anni delle stragi, delle autobombe, delle intimidazioni plateali. La mafia ha sempre comunicato anche così: trasformando la violenza in un messaggio pubblico capace di generare paura e controllo.
Oggi quel linguaggio cambia forma, ma non sostanza.
Le immagini diffuse online raccontano una città che osserva quasi paralizzata. Residenti che filmano dai balconi, persone che commentano con rabbia ma anche con una strana rassegnazione. Come se certe scene facessero ormai parte del paesaggio urbano. Ed è forse proprio questa la cosa più grave.
L’assuefazione.
Quando una raffica di AK-47 smette di provocare uno shock collettivo e diventa soltanto l’ennesima notizia destinata a sparire dopo qualche giorno, significa che la violenza ha già conquistato spazio nella normalità quotidiana.
La comunicazione criminale funziona proprio così. Non colpisce soltanto un obiettivo. Occupa lo spazio pubblico, genera eco mediatica, alimenta la percezione del controllo. Per questo azioni del genere non sono mai rivolte soltanto a una persona o a un’attività commerciale. Parlano a un intero quartiere. Parlano ai commercianti, ai residenti, a chi osserva in silenzio.
Nel frattempo Palermo continua a vivere il suo doppio volto. Da una parte la città delle cartoline, del turismo, dei locali pieni e della movida. Dall’altra una città che improvvisamente può ritrovarsi dentro scene che sembrano riemergere dagli anni peggiori della sua storia.
E allora la domanda diventa inevitabile: quanto pesa ancora oggi il linguaggio della paura a Palermo?
Perché quando a parlare sono i kalashnikov, il problema non è soltanto criminale. È culturale, sociale e profondamente politico.






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