Non è stata la solita serata sull’innovazione. A Palermo il confronto con Riccardo Luna ha riportato il discorso pubblico su un terreno più scomodo e più utile: non che cosa promette ancora Internet, ma che cosa ha prodotto fin qui in termini di qualità dell’informazione, polarizzazione, fragilità democratica e dipendenza dagli schermi. È qui che l’appuntamento di Connessioni Digitali, ospitato il 21 aprile a Cre.Zi. Plus, ai Cantieri Culturali alla Zisa, acquista un rilievo che va oltre la cronaca culturale.Il punto nuovo emerso dalla serata sta proprio nello spostamento di prospettiva. Il digitale, nel racconto di Luna, non appare più come uno spazio neutro da celebrare, ma come un ecosistema da governare.
Al centro dell’incontro, costruito attorno al libro «Qualcosa è andato storto» pubblicato da Solferino nel 2025, c’è stata una riflessione sulle contraddizioni maturate lungo l’evoluzione della rete e sul momento in cui la traiettoria originaria di Internet ha cambiato direzione. A dare forma alla conversazione sono stati Sebastiano Bavetta, professore universitario, e Biagio Semilia, imprenditore. Non un dettaglio secondario: la scelta di un’intervista pubblica con due profili diversi ha allargato il campo del confronto tra informazione, impresa, cultura digitale e costruzione di comunità innovative. In questo senso, la tappa palermitana si inserisce in un percorso che punta a consolidare un ecosistema e che ora si allunga anche sull’asse tra Sicilia occidentale e orientale, con un nuovo appuntamento previsto a Catania.
Il punto chiave del confronto
Uno dei nuclei più forti della serata ha riguardato i social network e la loro trasformazione industriale. Luna ha insistito su un punto preciso: la monetizzazione dell’attenzione ha finito per premiare i contenuti che provocano reazioni più forti, soprattutto paura e rabbia. Il risultato, nel quadro descritto durante l’incontro, è un ambiente che favorisce polarizzazione, aggressività e disinformazione. Da qui il passaggio successivo, forse il più delicato: l’impatto di piattaforme e algoritmi su adolescenti e minori. Nel confronto sono emersi i temi della dipendenza da piattaforma, della fragilità cognitiva e relazionale delle nuove generazioni, del ruolo di famiglie e scuola e della necessità di introdurre regole e tutele più adeguate. Il dato politico e culturale, in sostanza, è questo: la trasformazione tecnologica non può più essere trattata come se fosse neutrale.
Un altro snodo riguarda la sovranità tecnologica europea. Nel dialogo è stata sottolineata la debolezza dell’Europa, forte come mercato di consumo ma ancora fragile nella capacità di produrre infrastrutture, piattaforme e una visione industriale autonoma. La risposta evocata passa da una scala continentale: regole comuni, investimenti e una cultura dell’innovazione coerente con i valori europei. È un passaggio che sposta la discussione dalla dimensione locale a quella strategica.Luna ha poi toccato il mondo delle startup e dell’impresa innovativa, mettendo in discussione il mito della Silicon Valley come unico modello disponibile. La riflessione alternativa proposta guarda alla tradizione italiana dell’impresa manifatturiera, artigiana, cooperativa e radicata nei territori. In questo quadro, il discrimine non è la velocità con cui si raccoglie capitale, ma la capacità di costruire valore, comunità e impatto. Da qui anche l’invito a distinguere meglio tra startup e PMI innovative e a concentrare risorse su progetti davvero scalabili.
Le Ricadute sull’Innovazione
Se l’innovazione vuole diventare davvero un’infrastruttura civile e non soltanto un lessico di moda, deve rimettere al centro luoghi, relazioni e confronto fisico. La chiusura dell’incontro ha insistito proprio su questo: uscire dalla dipendenza dall’intermediazione permanente degli schermi e ricostruire comunità reali. Non è solo una formula culturale. È anche una possibile linea di lavoro per territori che cercano un proprio modello di sviluppo digitale senza limitarsi a importare paradigmi esterni.Il dibattito di Palermo dice che l’ecosistema dell’innovazione non si misura soltanto dal numero di eventi o dalla capacità di attrarre parole d’ordine globali. Si misura dalla qualità delle connessioni che riesce a costruire tra informazione, formazione, impresa e cittadinanza.
In questa chiave, la serata di Cre.Zi. Plus ha avuto un valore che supera l’appuntamento singolo: ha mostrato che dentro il racconto dell’innovazione stanno entrando con più forza i nodi del potere algoritmico, della tenuta democratica e della responsabilità educativa.Nella parte conclusiva è avvenuto un confronto col pubblico, con domande su informazione, politica, educazione, giovani e tecnologia, conferma che il tema intercetta un bisogno reale. Ed è probabilmente questa la notizia più significativa: nel pieno di una stagione in cui il digitale viene spesso trattato come una scorciatoia, a Palermo si è provato a riportarlo dentro una discussione più adulta, più politica e più concreta.






Commenta con Facebook