“Se la Regione dovesse coprire in tre anni il buco di 780 milioni di euro come dichiarato dalla Corte dei Conti, sulla base della normativa vigente a livello nazionale, per i siciliani si profilerebbe una manovra finanziaria “lacrime e sangue””.

A parlare sono Alfio Mannino, Sebastiano Cappuccio e Claudio Barone, segretari rispettivamente di Cgil, Cisl e Uil regionali che manifestano tutta la loro preoccupazione: “Siamo già virtualmente in esercizio provvisorio con tutto quello che ne comporta. Con le spese in dodicesimi sarà impossibile intervenire sulle emergenze che attanagliano la nostra regione. Già la Provincia di Siracusa, ad esempio, per questo mese non pagherà gli stipendi non sapendo come recuperare le risorse”.

“Nella stessa situazione diversi Comuni siciliani in dissesto finanziario. Con il bilancio in dodicesimi – continuano Cgil, Cisl e Uil – nessuno potrà prelevare un euro. In questo quadro non esistono le condizioni per varare una legge finanziaria accettabile, chiediamo pertanto al governo nazionale di rinominare al più presto la commissione paritetica Stato-Regione per individuare con l’amministrazione regionale gli interventi normativi necessari per sbloccare questa situazione”.

Quella dei sindacati è solo la prima parola ufficiale in una vicenda che resta appesa nel limbo dell’attesa. Per prendere qualsiasi decisione, infatti, alla Regione si attende l’udienza di parifica del bilancio 2018 convocata poco prima di Natale. Le voci circa un ‘no’ secco della Corte dei Conti ad ulteriori dilazioni del maggior debito sono più che altro interpretazioni dei documenti che la stessa Corte dei Conti sta scambiando con l’assessorato all’Economia nell’ambito della fase di ‘dialogo istituzionale e cartaceo’ nel percorso di avvicinamento all’udienza di parifica.

Che la legge vieti ulteriori mutui e dilazioni è cosa nota, che la Corte dei Conti lo ricordi è cosa naturale. Ma Palermo punta ad una deroga che Roma potrebbe concedere in virtù della denunciata ‘sottostima’ del disavanzo da parte del precedente governo. Una cosa possibile anche se non probabile alla luce dei rapporti non proprio lineari fra i governi e dell’atavica avversione della burocrazia economica italiana nei confronti della Sicilia.

Ma Palermo si prepara a tutto, anche a questa eventualità e dunque analizza dove tagliare, come cercare il rientro. E le ipotesi fin qui avanzate sono devastanti. Si va dal taglio totale dei corsi di formazione di ogni genere e natura ancora a carico del bilancio regionale (una minima parte in realtà, quasi tutto è stato spostato sul Fondo Sociale Europeo) al ritorno dei tagli al Trasporto Pubblico locale, passando per l’addio ad ogni norma di spesa per un triennio.

Il 2020 sarebbe l’anno più difficile con tagli da 400 milioni per il maggior disavanzo scoperto in agosto più una quota di circa 180 milioni dei tagli triennali per un totale di 580 milioni per  poi spalmare i restanti 600 in due anni.

Ma le scelte non sono fatte, l’udienza non c’è ancora stata e la trattativa romana non è ancora naufragata quindi la preoccupazione, al momento, resta solo uno scenario possibile ma anche evitabile. Al momento l’attenzione è rivolta all’aula dove il governo ieri ha rischiato di andare gambe all’aria sulla riforma dei rifiuti.

Intanto l’Ance Sicilia ovvero i costruttori dell’isola chiedono che sia lo Stato a ripianare il buco della Regione applicando lo Statuto autonomistico.

“Perché il governo centrale pretende che Google e gli altri “giganti” del Web paghino allo Stato italiano le tasse sui profitti generati sul territorio nazionale, se, al contrario, continua a rifiutarsi di applicare lo Statuto speciale, cioè una legge costituzionale, che gli impone di restituire alla Sicilia le tasse su ciò che viene prodotto sull’Isola? Tra Iva e Irpef si stima che il mancato introito superi i 10 miliardi di euro l’anno” si chiede il Comitato direttivo di Ance Sicilia, che sollecita, dunque, il governo nazionale a concludere immediatamente la revisione dei rapporti finanziari tra Stato e Regione, riconoscendo alla Sicilia ciò che le spetta, almeno in una misura tale da evitarne nell’immediato il default, che colpirebbe solo cittadini e imprese. L’Ance, in sostanza, chiede al governo nazionale di porre fine a quei comportamenti anticostituzionali e in violazione dello Statuto speciale che da vari anni sono anche alla base del disavanzo strutturale della Regione, elemento che ostacola la chiusura dei bilanci, blocca la spesa pubblica e impedisce la ripresa della nostra Isola.

“Ricordiamo che nel 2015, in una “incomprensibile serie di errori istituzionali”, la Regione eliminò dal proprio bilancio crediti (i residui attivi) per un importo superiore a 5 miliardi di euro. La Commissione di indagine nominata quest’anno dall’assessore all’Economia ha rilevato che, accanto ad una moltitudine di piccoli crediti verso singoli cittadini, furono cancellati oltre 5 miliardi  di crediti senza comunicare all’Ars chi fossero i beneficiari di tale “colpo di spugna”; fra questi è da immaginare che probabilmente vi fossero anche istituzioni pubbliche, compreso lo Stato.

Inoltre, sempre quello stesso governo regionale accettò una altrettanto inspiegabile transazione col governo nazionale rinunciando ad altri miliardi di euro di crediti vantati nei confronti dello Stato e oggetto di contenzioso, malgrado poco dopo la Corte costituzionale riconobbe il diritto della Regione ad esigerli.

L’Ance Sicilia, alla luce di questi fatti, ne ricava l’immagine di uno Stato che, pur di chiudere i propri bilanci, sembra scavalcare qualunque legge e negare ai siciliani asili nido, scuole, ospedali, assistenza a disabili e anziani, infrastrutture di collegamento, opportunità di sviluppo imprenditoriale e di lavoro per i giovani. In pratica, tutto ciò che la Regione negli ultimi anni non può pagare perché strozzata da debiti provocati da altri.

Non a caso, infatti, la regione più grande d’Italia e la seconda più popolata del Mezzogiorno è la terz’ultima regione del Sud per crescita di Pil nel 2018, con un modestissimo +0,5% che tarpa le ali a tutte le nostre medie, piccole e micro imprese, alle start up, e ai nostri giovani che continuano a emigrare sempre di più.

“Forse, prima di parlare della nuova autonomia differenziata – concludono i costruttori – bisognerebbe rispettare la più antica e speciale Autonomia costituzionale d’Italia”.