Una lettera aperta al Ministro guardasigilli è stata scritta da un avvocato penalista palermitano per contestare il progetto di legge che prevede l’abolizione della prescrizione di alcuni reati.

Eccone cosa scrive l’avvocato Motisi al Ministro Bonafede:

Gentile Signor Ministro della Giustizia,

siamo prossimi ad una riforma epocale fortemente voluto dal Suo partito, la sostanziale abolizione della prescrizione nel processo penale.

È stata pubblicizzata come una riforma importante per assicurare i colpevoli alla giustizia. Alcuni esponenti del suo partito, ammiccando, hanno detto: voi avvocati dovreste essere contenti, avrete clienti che vi pagheranno per tutta la vita.

Vede signor Ministro, noi avvocati pensiamo invece che l’abolizione della prescrizione nel processo penale sia una barbarie.

Queste riforme servono soltanto a prendere in giro i cittadini. Uno stato di diritto può dirsi tale solo quando il processo riesce ad accertare la verità processuale nel più breve tempo possibile; questo nell’interesse dello Stato e delle vittime che hanno l’esigenza di ottenere, nel rispetto delle regole, al più presto la punizione del colpevole, il risarcimento del danno e, se possibile, la rieducazione del condannato.

Ma anche nell’interesse dell’imputato che, se innocente, ha diritto di uscire nel più breve tempo possibile dall’incubo del processo.

Non si può restare imputati per vent’anni, ma neanche per dieci, magari da innocenti e magari sottoposti a misure cautelari personali, o con tutti i beni sequestrati; chi subisce tutto questo da innocente sarà un uomo distrutto e da uno stato di diritto questo non si può accettare.

Vede Signor Ministro, dovreste avere il coraggio di dire ai cittadini la verità.

I veri problemi del processo penale sono ben altri. Potrei scrivere a lungo, ma provo a farLe soltanto qualche esempio: mancano le risorse, manca il personale di cancelleria, i magistrati sono pochi e non riescono a smaltire l’enorme carico di lavoro.

La politica, ha creato un enorme numero di reati paralizzando il funzionamento del processo penale che non può reggere carichi così spropositati.

Le riforme vanno fatte ragionando bene, mantenendo l’equilibrio del sistema e, soprattutto, bisogna affrontarne i costi.

Non si possono fare riforme in un sistema così delicato a costo zero.Andrebbe operata una seria depenalizzazione, riservando le sanzioni penali ai casi realmente più gravi, si dovrebbe ragionare sulla durata infinita delle indagini preliminari con le loro “finte “ proroghe e la continua acquisizione di risultanze investigative a sorpresa anche a dibattimento iniziato e persino in appello.

Si dovrebbe incidere sull’utilizzo delle misure cautelari spesso utilizzate come strumento per ottenere ammissioni di responsabilità o, talvolta, per anticipare una pena lontana ed incerta; sul totale fallimento dei riti alternativi,unico strumento il cui ampio utilizzo avrebbe consentito di far funzionare un processo basato sull’oralità e sul contraddittorio; ciò a causa della mancanza di una vera premialità e degli sbarramenti al loro utilizzo; ancora, la diffidenza e la resistenza delle Procure Generali alle proposte di concordato in appello (soltanto veri sconti di pena, ferma restando la tutela della vittima, renderebbero in riti alternativi appetibili per gli imputati); in dibattimento la talvolta indiscriminata possibilità di acquisire prove formate in sede extra processuale senza le opportune garanzie difensive, che hanno ormai vanificato l’oralità del dibattimento.

Il numero eccessivo dei fascicoli a causa dei noti e risolvibili problemi, che rende il dibattimento sfiancante per tutte le parti processuali, compresi i giudici spesso insofferenti rispetto alla legittime esigenze dei difensori, per esempio nel non voler semplicemente acquisire atti di indagine e pretendere l’esame dei testi a tutela dei loro assistiti.

Per non parlare della recente riforma dei requisiti dell’appello che potrebbe indurre alcune corti ad utilizzare questi sbarramenti per deflazionare impropriamente il carico, francamente eccessivo di lavoro, esprimendo – di fatto – un giudizio di fondatezza non consentito.

Ciò similmente a quanto accade in Cassazione dove quasi tutti i processi che si prescrivano nelle more della fissazione del ricorso, vengono dichiarati inammissibili.

Senza dire della mortificante prassi dovuta all’eccessivo carico di lavoro, che vuole molti presidenti dl invitare gli avvocati a riportarsi soltanto ai motivi senza intervento orale, pena l’essere chiamati tra gli ultimi. Si dovrebbe intervenire seriamente anche sulla difesa ufficio e sul gratuito patrocinio, altre pagine nere della giustizia e su molto altro.

A fronte di tutto ciò, l’abolizione della prescrizione, consentire cioè che l’imputato rimanga imputato a vita, specialmente in un sistema dove si assiste all’abuso nella applicazione delle misure cautelari ed esistono i sequestri finalizzati alla confisca per equivalente che diventano un meccanismo devastante se applicati a soggetti innocenti, sarebbe una inaccettabile barbarie.

I cittadini dovrebbero comprendere che gli avvocati stanno combattendo per loro e per i loro interessi e diritti. Quando ci si incontra nei convegni con magistrati con i professori universitari, di fatto, si è tutti d’accordo. Certamente tutti hanno delle responsabilità , anche noi avvocati, spesso chiusi nei nostri studi ed incapaci di comunicare con la società.

Ma è necessario che tutti comprendano che le scelte demagogiche e populiste sono sempre pericolose e dannose per i cittadini. Signor Ministro, Lei è stato Avvocato e lo sarà sempre. Non faccia in modo di essere ricordato per questa riforma ingiusta.

Cordialmente. Massimo Motisi, penalista.