La parola passa alla Consulta ma non tutto è già scritto ne lineare. All’indomani dell’impugnativa della legge regionale sul taglio dei vitalizi ritenuta insufficiente dal Consiglio dei Ministri che l’ha impugnata si disegnano scenari incerti su tutta questa complessa materia che naviga al limite della costituzionalità più sull’onda della ‘pancia’ del Paese e che su quella delle norme e delle leggi.

L’impugnativa, infatti, non riguarda la legge nel suo complesso ma solo due articolo, il 12 ed il 13. Il Consiglio dei Ministri ha deliberato di impugnare la legge della Regione Siciliana dello scorso 27 novembre sul taglio dei vitalizi. perchè alcune “disposizioni riguardanti i trattamenti previdenziali e i vitalizi del Presidente della Regione, dei Consiglieri e degli Assessori regionali violano – secondo il Cdm – il principio di uguaglianza e ragionevolezza, sancito dalla Costituzione, nonché i principi di coordinamento della finanza pubblica e di leale collaborazione”.

E’,dunque, finito,  davanti la Corte Costituzionale il lungo braccio di ferro fra l’Assemblea regionale e il governo nazionale. Roma impose il taglio dei vitalizi ai Parlamentari anche alla Regione a Statuto Speciale dietro la minaccia di tagliare i trasferimenti alla Regione se questa non avesse legiferato in ottemperanza alle richieste della norma statale.

L’aspetto più critico della legge sarebbe quello della temporalità della norma, in quanto il taglio è previsto per cinque anni invece di essere un provvedimento stabile e definitivo. Se i giudici dovessero confermare la tesi del governo Conte, l’Assemblea sarà tenuta a modificare la norma abrogando il limite. Ma non occorre intervenire immediatamente perchè nel frattempo la legge produce effetti che sono validi in entrambi i casi. Per questo, contrariamente alle richieste dell’opposizione 5 stelle Miccichè pensa di non portare il tema in aula per la modifica e valuta, piuttosto, la costituzione in giudizio.

Nel caso, infatti che la Consulta dovesse dar ragione alla Sicilia riagganciandosi a precedenti pronunciamenti che riguardavano il taglio alle pensioni più alte deciso dal governo Monti (in quel caso la temporalità era l’unico elemento che rendeva la norma costituzionalmente accettabile quale contributo straordinario al risanamento della finanza), la legittimità della norma, potrebbe scardinare l’impianto della legge statale calata d’imperio sulle regioni e portare anche le altre Regioni a introdurre il tetto temporale. Ma c’è chi parla di una terza ipotesi, che la Consulta intervenga sull’essenza dei tagli rimettendo in discussione tutto dal punto di vista di legittimità costituzionale.

Una ipotesi, la terza, sulla quale c’è mota prudenza proprio perchè, a prescindere dal dettame normativo, c’è da fare i conti col sentimento popolare
Da Palermo il Presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè si è sempre detto contrario al taglio ed alla imposizione romana considerati deleteri e norme di mero populismo inutile ma è stato costretto dalle polemiche a giungere ad una legge che riducesse i vitalizi anche se ormai trasformati in pensione. La norma interviene anche sei vitalizi pre esistenti.

Alla fine di novembre, comunque, dopo un lungo tira e molla fra ufficio di presidenza e parlamento l’Assemblea ha detto sì al disegno di legge che riduce gli assegni per gli ex parlamentari regionali in pensione disponendo una riduzione lineare del 9,25%, con un ulteriore 5% che si applicherà agli assegni da 32 a 67 mila euro mentre ammonterà al 10% il taglio aggiuntivo per quelli oltre i 62 mila euro raggiungendo, così da raggiungere, per gli assegni più alti, un taglio del 19,25%. Ha votato contro solo il M5s. I tagli saranno applicati per un quinquennio.

Sono 149 i vitalizi erogati dall’Ars con un costo di 18 milioni di euro. Il via libera al ddl è arrivato grazie a un’opera di mediazione che ha consentito una riscrittura di un articolo del ddl, che ha introdotto gli ulteriori aumenti a scaglioni del taglio rispetto al testo iniziale che conteneva solo la riduzione lineare del 9,25%.