Una truffa sui fondi europei per la ricerca scientifica universitaria in campo farmaceutico sarebbe stata messa in atto da professori, ricercatori e imprenditori fra il 2018 e il 2023 a Palermo. Lo ipotizza la procura Europea nell’ambito di una inchiesta, in corso da almeno due anni, ma della quale si apprende solo ora.
Sono 23 gli indagati proprio fra professori universitari, ricercatori e imprenditori ma, a causa del carico di lavoro e della carenza di magistrati, il Gip ha potuto analizzare il fascicolo solo 14 mesi dopo ed adesso ha respinto la richiesta di arresto per 17 di loro perché i fatti sono troppo lontani nel tempo
L’inchiesta conclusa nel 2024
Truffa aggravata, falso materiale e turbata scelta del contraente nell’ambito dell’uso dei fondi europei per la ricerca sono le accuse. L’inchiesta, conclusa a dicembre del 2024, riguarda il progetto di ricerca Bythos e nasce dalle dichiarazioni di due ricercatori che hanno raccontato come alcuni professori siano stati pagati senza mai aver contribuito alla ricerca e come siano state rendicontate spese per materiali e acquisti attrezzatura mai realizzati grazie ad accordi fra professori ed imprenditori.
Il progetto Bythos è una ricerca nel campo delle tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche. Indagando sulle attività di ricerca del Dipartimento dell’Università di Palermo diretto dal prof Vincenzo Arizza, i Pm Gery Ferrara e Amelia Luise, si sarebbero, poi, imbattuti in altri progetti come la ricerca Smiling. Nel mirino della procura anche Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto dell’associazione Progetto Giovani e dell’associazione Più Servizi Sicilia.
Le ipotesi d’accusa e gli arresti respinti, la procura presenta ricorso
La truffa ipotizzata risale agli anni fra il 2018 e il 2023 e le indagini si svolsero due anni fa. A dicembre proprio del 2024 la procura Europea avanzò al Gip 17 richieste di arresto per altrettanti indagati ma il gip solo nello scorso mese di febbraio ha analizzato le carte ed ha respinto la richiesta di arresto perché, pur in presenza di gravi indizi, non sussistono nessuno dei tre motivi che permettono l’arresto. Per il magistrato, a impedire l’applicazione dei provvedimenti cautelari sarebbe “la risalenza nel tempo delle condotte”. Troppo, dunque, il tempo trascorso dalla commissione dei reati perché possano configurarsi i motivi di arresto.
Gli indagati hanno già reso gli interrogatori preventivi e adesso la procura ha presentato ricorso al tribunale del riesame contro la decisione del Gip






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