Un reato non esiste più, il processo sì. Sulle cappelle del cimitero di Siracusa l’abuso d’ufficio esce di scena, travolto dall’abrogazione della norma, ma le accuse più pesanti restano tutte in piedi. Lo ha messo a verbale oggi il Gup Maggiore, che ha dato atto della confermata legittimità costituzionale della cancellazione dell’articolo 323 del codice penale. Accusa e difese hanno chiesto di comune accordo il non luogo a procedere per Fabio Morabito, Marco Fazzino, Giovanna Parisi ed un altro imputato, che arriverà al termine della camera di consiglio.
Perché cade solo un capo
L’udienza era limitata alla sola contestazione di abuso d’ufficio, in prosecuzione di quella già celebrata per gli altri reati nel procedimento sulle concessioni ritenute false per alcune cappelle del cimitero. La sentenza che si profila non entra nel merito dei fatti: il reato non è più previsto dalla legge e non può essere più perseguito. Non si tratta quindi di un proscioglimento sull’intera vicenda. Per i quattro imputati il processo prosegue per le altre ipotesi di reato, tra cui la falsità documentale e la sottrazione di cadavere.
Le difese
Morabito è assistito dagli avvocati Alessandro Cotzia e Gianluca Caruso. Per Parisi era presente l’avvocato Mario Giuffrida, mentre Fazzino è stato rappresentato dall’avvocata Giuseppina Amato, in sostituzione dell’avvocato Junio Celesti.
Il ruolo di Morabito
Al centro dell’inchiesta c’è la figura di Fabio Morabito, all’epoca dei fatti direttore del cimitero comunale. È lui, secondo l’accusa, il vertice del presunto sistema: un ruolo che gli avrebbe consentito di gestire assegnazioni e concessioni degli spazi cimiteriali. Insieme a Marco Fazzino, operaio addetto ai lavori di ristrutturazione, risponde in concorso di induzione indebita, abuso d’ufficio, falsità documentale e sottrazione di cadavere.
Come è nata l’inchiesta
L’indagine prende avvio nel 2023 dalla segnalazione di una famiglia che si era accorta che la propria cappella risultava occupata da altri defunti. Da quella denuncia la Squadra Mobile e la Procura di Siracusa hanno ricostruito un quadro più ampio, ipotizzando vendite irregolari, finte concessioni ed estumulazioni non autorizzate. Secondo l’accusa il profitto illecito supera i 60 mila euro e nel corso delle indagini è stato disposto anche un sequestro preventivo.
I numeri del procedimento
Gli indagati erano inizialmente undici, tra cui alcuni impiegati comunali. Gli imputati che affrontano il processo sono quattro.






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