Il detersivo per lavare i piatti negli spogliatoi lo hanno comprato con la colletta. L’aereo per Latina lo ha pagato il comitato dei tifosi. Quaranta persone riunite il 6 marzo in una stanza di Siracusa: imprenditori, professionisti, gente comune. Si sono dati un nome, Uniti per il Siracusa, e hanno aperto un conto. Versamenti liberi, carte prepagate, adesioni allo stadio. Nessuno ha aspettato che qualcuno risolvesse il problema. Lo hanno fatto loro.
Questo è il Siracusa Calcio nel marzo 2026. Una società di Serie C che ha avuto difficoltà nel pagare gli stipendi, che ha subito sei punti di penalizzazione, che rischia di prenderne altri, che vende i giocatori migliori per fare cassa e li sostituisce con chi cerca una seconda possibilità. Una squadra che lava i piatti con i soldi dei tifosi e vola a Latina perché il pullman non dà garanzie. E che, nonostante tutto, è lì. In campo. Compatta.
C’è qualcosa di ostinato e commovente in questa storia. Qualcosa che il calcio moderno — quello dei fondi d’investimento, delle multiproprietà, degli stadi vuoti con gli spettatori in poltrona — ha quasi ovunque dimenticato.
L’uomo che non si vede più
Alessandro Ricci ha cinquant’anni, viene dalla Toscana, fa l’imprenditore nel settore delle energie rinnovabili. Famiglia con interessi in Romania dal 2008. Nel 2022 arriva a Siracusa quando il club è in Eccellenza, il quinto livello del calcio italiano, e comincia a salire. Prima socio, poi presidente, dal giugno 2023. Porta la squadra in Serie D, poi in Serie C. Sogno realizzato.
Si era parlato di cittadinanza onoraria. I tifosi avevano risposto con quasi duemila abbonamenti — record assoluto. Era amore, o almeno sembrava.
I guai sportivi
Il Tribunale Federale Nazionale gli ha inflitto sei mesi di inibizione. Al club sono stati tolti sei punti — due per gli stipendi non pagati entro il 16 dicembre 2025, quattro per i contributi INPS e IRPEF non versati. E non è finita: il 4 marzo 2026 la Procura Federale lo ha deferito di nuovo, insieme alla società, per il mancato pagamento degli stipendi entro il 16 febbraio. Recidiva. Il TFN deciderà nelle prossime settimane, ma il minimo previsto è altri due punti. La COVISOC ha già segnalato ulteriori violazioni amministrative. Il quadro è quello di una crisi strutturale, non di un incidente di percorso.
A febbraio il club aveva evitato l’estromissione dal campionato pagando in extremis parte degli arretrati. Il sindaco guarda preoccupato, avendo già investito circa un milione e mezzo di euro nel calcio cittadino negli anni passati. Ricci, l’uomo che doveva diventare cittadino onorario, è diventato il presidente invisibile di una crisi che non si chiude.
La parabola ha la struttura di una tragedia greca. E Siracusa, del resto, è una colonia greca.
Leonida non porta la valigetta
Marco Turati non è un personaggio comodo da raccontare perché non si presta alle semplificazioni. Ex capitano del Siracusa, ha guidato la promozione in Serie C la scorsa stagione. Conosce questa città, questi tifosi, queste strade. Quando tutto intorno vacilla — la società, i conti, il mercato fatto di cessioni e scommesse — lui tiene insieme il gruppo.
Negli spogliatoi si racconta di una coesione che raramente si trova nelle squadre sane, figuriamoci in quelle che annaspano. Giocatori arrivati da situazioni difficili, in cerca di rilancio, che hanno trovato non solo una squadra ma qualcosa di più difficile da spiegare. Un senso di appartenenza a una causa. Il campo come unico posto dove le cose tornano chiare.
Turati è il loro Leonida. Ma questo Leonida non porta la valigetta — porta la formazione alle undici di sera e risponde ai messaggi dei tifosi alle sette di mattina. Lo stadio “De Simone” è sempre pieno. Il rapporto tra la città e la squadra ha quella qualità rara che il calcio moderno ha quasi ovunque cancellato: l’appartenenza viscerale, la sofferenza condivisa.
Penultimi in Italia
C’è un numero che racconta questa storia meglio di qualsiasi classifica di Serie C.
Nella graduatoria sulla qualità della vita nelle province italiane stilata dal Sole 24 Ore, Siracusa è penultima. Davanti solo a Reggio Calabria. Una provincia che conosce la fatica quotidiana, la disoccupazione, la fuga dei giovani. Il senso di una periferia che non è geografica ma esistenziale, lontana non per chilometri ma per attenzione, per investimenti, per futuro.
Lo stadio è sempre pieno. Il rapporto tra la città e la squadra ha quella qualità rara e preziosa che il calcio moderno, quello delle multiproprietà e dei fondi d’investimento, ha quasi ovunque cancellato: l’appartenenza viscerale, la sofferenza condivisa, la gioia che quando arriva sa di guadagnata.
L’identificazione tra squadra e città
In questo contesto, una squadra di calcio che lotta senza soldi, con i pullman che si rompono, con i giocatori che chiedono il detersivo, diventa qualcosa di diverso dallo sport. Diventa uno specchio. I tifosi del Siracusa vengono allo stadio nonostante i problemi. Ci vengono proprio per i problemi, perché in quella trincea riconoscono qualcosa di sé.
Il rischio adesso è che non basti. Che i punti sottratti — e quelli che potrebbero arrivare — precipitino il Siracusa in Serie D. Che una città già in ginocchio perda anche questo: le maglie azzurre sugli spalti, il rumore del tifo che rimbalza sulle colonne del tempio di Apollo, il sabato sera che per una volta sa di grande.
Ma intanto il comitato Uniti per il Siracusa raccoglie fondi. Il comitato non esclude, in futuro, forme di azionariato popolare — i tifosi che diventano proprietari, la città che si riprende la squadra. Per ora basta arrivare a fine campionato.






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