Le barche sono uscite dal porto a scaglioni, una dopo l’altra, sotto il cielo di Sicilia. Non erano pescatori diretti al largo, non erano turisti in crociera. Erano medici, infermieri, educatori, ingegneri. Quasi mille persone che hanno scelto di attraversare il Mediterraneo orientale per raggiungere Gaza, con le mani e le competenze come unico bagaglio utile.

La missione della Global Sumud Flotilla

La Global Sumud Flotilla ha salpato dal porto di Augusta. Circa sessanta imbarcazioni, destinate a ricongiungersi con altre navi già in attesa tra la Grecia e la Turchia, fino a formare una flotta di quasi cento unità. Una traversata carica di significato simbolico e umanitario, in un momento in cui la Striscia di Gaza continua a bruciare nel silenzio dell’assuefazione mediatica.

La scorta

A fare da scorta alla flottiglia sono state chiamate le imbarcazioni di Greenpeace e di Open Arms, l’ONG spagnola che nel Mediterraneo centrale ha salvato migliaia di vite e che ora ha scelto di spingersi più a est, verso un fronte di crisi che non ha accennato a chiudersi.

“Non è cambiato niente”

Maria Elena Delia, referente della Global Sumud Flotilla, ha scelto parole nette, senza concessioni alla retorica diplomatica. “A Gaza praticamente non è cambiato niente dall’anno scorso, nonostante ci stiano dicendo che va tutto bene”. Un atto d’accusa semplice e diretto, che ha smontato la narrazione ufficiale del dopoguerra imminente.

I numeri che ha citato sono quelli di una catastrofe silenziosa: dall’entrata in vigore del cessate il fuoco sarebbero morte quasi 800 persone. Nella Striscia si contano più di mille tendopoli su una lingua di terra di estensione minima, dove decine di migliaia di persone sopravvivono senza cibo, senza acqua potabile, senza elettricità, in condizioni igieniche che Delia ha definito senza esitazione “terrificanti”.

È per questo che la flottiglia non ha portato solo aiuti. Ha portato persone che vogliono restare, che intendono fermarsi sul posto per contribuire alla ricostruzione. Un impegno di presenza, non di passaggio.

Il ritorno di Open Arms

Per Silvia Bellucci, portavoce di Open Arms, questa missione ha anche il sapore di una promessa mantenuta. Nel 2024 l’organizzazione spagnola era già arrivata fin quasi a Gaza, in un’operazione umanitaria che si era dovuta interrompere nel modo peggiore: sette operatori di una ONG partner erano stati uccisi mentre trasportavano aiuti nella Striscia. Un trauma collettivo che aveva segnato profondamente chiunque fosse stato coinvolto in quella missione.

“Abbiamo sempre detto che saremmo tornati a Gaza non appena fosse stato possibile”, ha ricordato Bellucci. Oggi quella promessa si è trasformata in rotta di navigazione.

Open Arms ha messo a disposizione della flottiglia competenze consolidate sul campo: supporto logistico, sanitario e tecnico, costruito in anni di operazioni nel Mediterraneo centrale e non solo. “Open Arms va dove c’è bisogno di aiuto”, ha detto la portavoce, ricordando che tra i prossimi impegni dell’organizzazione figura anche un intervento previsto a Cuba.


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